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Pio d Emilia
Pio d’Emilia

Io e il Dalai Lama nel convenience store

di Pio d’Emilia
4 Minuti di Lettura
Lunedì 31 Maggio 2021, 00:10

Una volta ho avuto il privilegio di portarci il Dalai Lama. Eravamo sul Koya-san, uno dei luoghi più sacri del Giappone, sede di molti monasteri. Un pomeriggio, mentre ci trasferivamo a piedi da un tempio all’altro, ci passiamo accanto. Incuriosito dalle varie scritte e dalla ricchezza degli scaffali interni, Sua Santità mi chiede di cosa si tratti. «Anche questo è un tempio, Santità, il tempio del consumo veloce. Vuole dare un’occhiata?» Detto fatto. Seminando il panico nella scorta, colta impreparata dall’improvvisa “deviazione” entriamo dentro, tra l’assoluta indifferenza dei commessi (dubito si siano resi conto dell’importanza del cliente appena entrato) e ne usciamo solo dopo i ripetuti richiami del suo entourage. Non prima però, di aver acquistato il classico “mugicha”, una bevanda estiva a base di tè d’orzo, che ricordo offrii io perché il Dalai Lama, e ci mancherebbe, non gira certo con il borsellino. Conservo, gelosamente, una foto di questo evento. 

Assieme ai “pachinko” – il gioco d’azzardo nazionale, sintesi tecno-cacofonica tra il vecchio flipper e una moderna, sofisticata, spesso truccata slotmachine – e ai bordelli (che però sono illegali, quindi difficilmente individuabili statisticamente) i “Kombini” (dall’inglese “convenience store”) rappresentano i locali di “servizio” più diffusi e sicuramente i più utili del Giappone. Aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette, sono dappertutto. Circa 60 mila in tutto il Paese, oltre 10 mila nella sola Tokyo. Quattro le catene principali: Seven Eleven (la più diffusa), Family Mart, Lawson, Ministop, in continua e spietata concorrenza tra loro. Un “business” che vale oltre 20 miliardi di dollari e uno dei pochi che nonostante, anzi, probabilmente grazie anche alla pandemia, è in costante crescita. Oltre ad offrire, in un solo locale, tutta una serie di servizi divenuti oramai indispensabili (bancomat, pagamento tasse e bollette, spedizione pacchi, stampa e invio di documenti via fax, strumento in via di estinzione in buona parte del mondo ma ancora molto usato in Giappone) nei “Kombini” si trova un po’ di tutto. Cibo (sia fresco che precotto e/o liofilizzato), bevande, cancelleria, cosmetici, giornali e riviste, prodotti per la casa, parafarmaceutici e perfino biancheria intima. Tutto quello di cui si può aver bisogno, insomma, all’improvviso e negli orari più impensati, e che anche in una metropoli come Tokyo, “aperta” 24 ore su 24, puoi far fatica a trovare. Non solo. 

Quasi tutti i “Kombini”, pur occupando spazi decisamente ristretti, offrono un angolo attrezzato con mensole e sgabelli (e prese per la corrente…) dove si può consumare mentre si lavora con il proprio computer. Il tutto senza limiti di tempo, come del resto avviene in tutti i locali pubblici del Giappone: basta acquistare un caffè, ancorché caruccio (minimo 4 o 5 euro) per aver diritto a trasformare in ufficio privato il proprio tavolo.

Dimenticavo. Un altro, indispensabile servizio che offrono i “combini” sono le toilette. In Giappone, sia nelle grandi città che in provincia i bagni pubblici sono abbondanti e in genere pulitissimi (e questo non solo grazie alla regolare manutenzione, ma anche alla grande civiltà dei giapponesi, abituati sin da piccoli a lasciare puliti i luoghi che frequentano, qualsiasi essi siano) ma nelle metropoli come Tokyo e Osaka il “combini” rappresenta forse il posto più comodo, e più usato, dove poter espletare i propri bisogni fisiologici. 

Attenzione però. Perché ci sono regole molto precise, anche se non sempre chiare, e non solo per gli stranieri. Ogni catena ha le sue “regole”, ma in genere tutti i “Kombini” consentono l’uso dei bagni ai propri clienti, e alcuni anche ai semplici passanti, senza imporre il dovere di acquistare/consumare qualcosa. Ma a meno che le toilette siano “aperte”, accessibili cioè senza dover accedere ad un locale separato, per utilizzarle occorre chiedere il permesso. A volte bisogna anche chiedere e poi restituire una chiave: il tutto per evitare (in Giappone i “combini” sono i luoghi dove avvengono oltre il 50% dei furti) che la gente usi le toilette per “inguattare” dei prodotti e uscire senza pagarli. Attenzione dunque, perché accedere ad una toilette senza permesso rappresenta violazione di domicilio, e si può essere arrestati sul momento. E’ capitato di recente a due giovani locali, che oltre a non chiedere il permesso, si erano chiusi nel bagno, probabilmente a bere. E’ arrivata la polizia, e li hanno arrestati. 
Per liberarli però dopo poche ore: il loro avvocato ha dimostrato che le birre che stavano bevendo non erano state “rubate” nel locale e che i due ragazzi erano ubriachi. Circostanza che in Giappone, contrariamente alla maggior parte dei Paesi, è considerata attenuante (ad eccezione che per i reati del codice della strada). Della serie: se vi scappa, e non avete voglia né tempo di chiedere il permesso, prima di andare a fare la pipì fatevi almeno un paio di birre.

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