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Energia, cosa chiedono le imprese per uscire dall'impasse

Energia, cosa chiedono le imprese per uscire dall'impasse
5 Minuti di Lettura
Martedì 22 Marzo 2022, 00:06 - Ultimo aggiornamento: 11:19

Delusione ma anche un po’ di imbarazzo nelle reazioni degli imprenditori che in questi giorni commentano il provvedimento del governo sull’energia. Nonostante le critiche, le imprese non hanno cambiato idea sui meriti di Mario Draghi, sulla svolta impressa al Pnrr un anno fa e sulla campagna vaccinale che ha rimesso il Paese sui binari della ripresa. E’ sul merito della questione energetica, che sostengono di aver spiegato bene a Draghi (con cui sono in costante rapporto diretto, tanto che anche dopo il Consiglio dei ministri di venerdì il premier e il presidente Carlo Bonomi si sono parlati), che non si ritrovano. Secondo loro l’emergenza più grave sono le tante imprese energivore ormai costrette non più a rallentare, ma a bloccare le produzioni: un fenomeno che con i prezzi attuali e la penuria di materie prime si sta allargando a macchia d’olio in tutto il Paese, nei più diversi settori. Ciascuna di queste fermate interrompe filiere di fornitura e determina effetti a catena, sicché, se non si pone un argine immediato, il rimbalzo del Pil 2022 rischia seriamente di ridursi alla sola componente ereditata dall’ottimo risultato del 2021. Non a caso la proiezione fatta dal Centro studi di Confindustria stima fino a 400 milioni di ore di cassa integrazione.

Per questo le imprese avevano illustrato a Draghi la necessità di un intervento di emergenza strutturale. Chiedevano un tetto ai prezzi del gas, senza nascondersi che la via più ovvia per attuarlo, cioè una misura condivisa a livello europeo, era difficilmente ipotizzabile. Non chiedevano un calmiere al prezzo del gas fissato arbitrariamente dalla politica, una misura dirigistica che ci riporterebbe indietro di decenni; chiedevano di avviare in tempi rapidi una ricognizione delle autorità dell’energia per acquisire la conoscenza di tutti i contratti in essere presso gli importatori di gas, contratti che sono diversi per quantità, durata, prezzi relativi e coperture finanziarie. Prezzi diversi ma assai inferiori a quelli del mercato spot del gas, che incorpora ogni giorno attese e timori delle vicende belliche, mentre i vecchi contratti ne sono ovviamente esenti. Facile comprendere che sulla base di questi prezzi reali verificati, si può fissare un tetto che contemperi anche un ragionevole profitto per gli intermediari. Così facendo, il tetto resta un’operazione di mercato, ma basata su prezzi reali.

Questa via a livello europeo, avevano spiegato le imprese a Draghi, è però di difficile attuazione. Soprattutto perché Berlino non intende rivelare il prezzo inferiore cui si rifornisce da Mosca rispetto ad altri partner europei, grazie a contropartite decennali come l’accordo sul North Stream 2. Ma nulla vieta che quella via, in assenza di una soluzione europea, venga praticata autonomamente in Italia, con effetti tangibili nel giro di pochi giorni e rispondendo in tal modo ai blocchi della produzione.

Le imprese avevano poi chiesto una revisione strutturale di Iva e accise sui carburanti. Il livello attuale è arrivato a superare il 130% del costo industriale di benzina e gasolio. Non c’è Paese dell’Unione in cui lo Stato guadagni tanto alla pompa di benzina. Il Portogallo ha da poco chiesto a Bruxelles di tagliare l’Iva dal 23% al 13% sui carburanti. Il ministero dell’Economia guidato da Daniele Franco ha invece risposto picche alla richiesta di un intervento più corposo, limitandosi a tagliare per soli 30 giorni 8,5 cent di accisa per ogni litro di carburante. Si può presumere che il Mef non voglia ricorrere a debito aggiuntivo, ma è possibile che non si riescano a trovare le coperture necessarie scavando nei 900 miliardi di spesa pubblica? In fondo si tratta di una cifra che oscilla tra 10 e 20 miliardi.

E qui si arriva alla terza delusione. Il Mef ha indicato a Draghi come via per alleviare la condizione delle imprese il credito d’imposta. Sia chiaro, alle energivore l’aumento al 25% dell’agevolazione fiscale annuale introdotta dal governo non dispiace. Ma dalla Confindustria si fa notare che il problema non è l’imposta da pagare a fine anno, il problema sono i costi che oggi bloccano le produzioni. Ergo, la misura che prevede la rateazione in due anni delle bollette elettriche di maggio e giugno non sembra per nulla risolutiva. Ciò vuol dire che le imprese le bollette le pagheranno così come sono, senza tagli. In secondo luogo il reddito d’imposta cedibile sul mercato finanziario ha già rivelato problemi su agevolazioni annuali e pluriennali come quelle edilizie, ed è infinitamente problematico se applicato ai flussi mensili. In definitiva, le imprese dovrebbero indebitarsi in banca per avere l’anticipazione di liquidità necessaria ai pagamenti: non toccare le tariffe e allo stesso tempo spingere le imprese a indebitarsi appare un po’ paradossale.

E veniamo al punto che ha generato i maggiori equivoci e qualche rozza strumentalizzazione: gli extraprofitti, da cui il governo intende recuperare almeno 4 dei 9 miliardi di garanzia pubblica che toccherebbero alla Sace in relazione alla cartolarizzazione delle bollette. Ebbene, oltre al tetto sul prezzo del gas in base alle ricognizioni, al governo era stato proposto un diverso meccanismo per fissare il prezzo orario dell’energia elettrica, visto che la formula in vigore è volta a remunerare il costo più elevato degli impianti che lo conferiscono, con il risultato che chi produce energia elettrica da rinnovabili a basso costo si trova a realizzare un premio formidabile: sarebbe un modo diretto per intervenire sugli extraprofitti tagliando subito le unghie alla speculazione, epperò sulla base di indicatori reali di costo e di utile.

Cosa del tutto diversa vorrebbe fare il governo: nella conferenza stampa di presentazione del decreto (che ancora non è completato), il ministro Franco ha fatto riferimento a un indicatore sintetico presuntivo desumibile dalla differenza tra operazioni Iva a credito e debito degli operatori. Basta un minimo di cognizione su come interagiscono mensilmente crediti e debiti Iva, per capire che questo meccanismo presuntivo, di fronte a una verifica costituzionale, fatalmente farebbe la fine della discutibile Robin Tax. Opporsi a questo criterio non significa affatto accettare l’idea che i produttori d’energia possono impunemente realizzare extraprofitti grazie ai prezzi volatili di mercato; nemmeno è accettabile che sia lo Stato a realizzare extraprofitti milionari per effetto delle imposizioni sugli attuali prezzi energetici.

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