Il Giappone e il grande dilemma delle Olimpiadi

Lunedì 16 Novembre 2020 di

Se in Italia ci preoccupiamo – giustamente – di come e con chi potremo celebrare il non più tanto “sacrosanto” Natale, in Giappone (ri)cominciano – altrettanto giustamente - a preoccuparsi per le Olimpiadi. Olimpiadi che oltre il 60% dei giapponesi non vuole più e addirittura l’80% considera oramai “irrealizzabili”. 

Visto che la cosa non riguarda solo il Giappone, forse è il caso che ce ne preoccupiamo tutti. Si faranno? Non si faranno? Ma soprattutto, si potranno fare? E se sì, a quali condizioni? Perché lo scenario che si sta prospettando – nuove “ondate” del virus permettendo – con atleti isolati all’interno di un villaggio olimpico militarizzato ed eventi senza pubblico, non sembra essere compatibile con lo “spirito” olimpico. E forse nemmeno con gli interessi economici che vi gravitano intorno. Circolano infatti da alcuni giorni degli “studi” secondo i quali, grazie ad una serie di assicurazioni sapientemente contratte, la cancellazione delle Olimpiadi, che già prima dell’emergenza Covid erano diventate le più costose della storia (oltre 16 miliardi di dollari, più del doppio di quanto originariamente previsto, circa 7 miliardi) non rappresenterebbero poi quel disastro finanziario di cui molti parlano. Anzi. Potrebbe contenere le perdite, sopratutto se la cancellazione avvenisse con congruo anticipo, e non, come potrebbe succedere nel caso di una improvvisa, quanto possibile, impennata del virus, all’ultimo momento. 

«Io le Olimpiadi le vorrei tanto fare, ma mi chiedo se a questo punto sia ancora possibile crederci, alimentando le speranze di milioni di persone e di migliaia di atleti o non sia meglio cancellarle, una volta per tutte». L’appello, condiviso da altri autorevoli colleghi, intellettuali ed esponenti politici, è di Kohei Uchimura, icona della ginnastica giapponese e più volte campione olimpico. Assieme a Genki Sudo, anche lui ex campione olimpico e attualmente deputato, Uchimura ha avuto il coraggio di affrontare direttamente sul suo blog, alla vigilia della visita ufficiale – e blindata: sono ancora in corso febbrili trattative per concordare le misure di sicurezza anti-covid – in Giappone del presidente del Cio Thomas Bach, un argomento che nonostante la sua enorme importanza ed attualità i grandi media evitano – per il momento – di trattare. E c’è una ragione: tutti i grandi network sono in qualche modo coinvolti e in caso di cancellazione potrebbero subire serie perdite.

Ma Uchimura e Suda insistono, e parlano soprattutto da e per gli atleti: «Dobbiamo metterci nei loro panni, dobbiamo avere rispetto per i loro sacrifici e garantire che tutti abbiano le stesse opportunità». Non è semplice. Nel loro appello, Uchimura e Suda parlano di atleti singoli e squadre che per forza di cose verranno discriminati, che non potranno svolgere gli allenamenti, il cosiddetto “acclimatamento”. Con il Giappone che di fatto mantiene ancora le frontiere chiuse, come è possibile immaginare che vengano riaperte di colpo, consentendo l’ingresso ad almeno 30 mila stranieri, tra atleti e addetti vari? E soprattutto, come e dove potranno essere gestite le varie quarantene. Per non parlare del vaccino. «Fino a qualche tempo fa sembrava che l’arrivo del vaccino fosse una condizione indispensabile per poter realizzare le Olimpiadi – ha dichiarato il deputato Genki Sudo – ma ora già sentiamo voci diverse. Non sappiamo se il vaccino in effetti sarà disponibile, se sarà di fatto obbligatorio per gli atleti. Ma soprattutto se sia giusto e utile renderlo tale». Secondo Sudo, “sprecare” il vaccino per gli atleti – che si presume siano persone forti e sane – pone dei problemi etici non indifferenti. Ma anche pratici: che succederebbe infatti se un atleta in perfetta forma denunciasse dei malori dopo l’assunzione del vaccino? Bisognerebbe comunque lasciare libertà di scelta. 

Problemi “tecnici” di non facile soluzione. Ma il problema maggiore resta un altro. Quello più generale, di tenere comunque, ad ogni costo, queste Olimpiadi. Il governo giapponese, fin dall’inizio, le ha chiamate Olimpiadi della Ricostruzione: “fukko gorin”. Niente di più lontano dalla realtà. Nella regione del Tohoku, quella più danneggiata dalla tripla catastrofe di dieci anni fa (terremoto, tsunami, incidente nucleare) alla fine si terranno pochi e secondari eventi, che creeranno alla fine più disagi che entusiasmo tra la popolazione locale. Pur di aggiudicarsele – e passando dalle solite vicende di corruzione, le cui indagini, ancora in corso, hanno portato alle dimissioni di vari dirigenti – l’allora premier Shinzo Abe, mascherato da Super Mario, mentì al suo popolo e al mondo intero dichiarando in diretta Tv che l’emergenza nucleare a Fukushima era finita e che la situazione era “sotto controllo”. Basta farsi un giro nella zona, parlare con le migliaia di evacuati che non possono (o non vogliono) rientrare o leggere dei progetti della Tepco, la società che gestisce la centrale, di scaricare in mare migliaia di tonnellate di acqua radioattiva per capire quanto sia attuale, ancor oggi, una delle più belle citazioni di George Orwell, dal suo “1984”: “Reality exists in the human mind, and nowhere else”, la realtà esiste nella mente umana, e da nessun’altra parte.
 

 

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