Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€
Romano Prodi
Romano Prodi

Oltre il conflitto/ La politica della Ue e il ruolo della Francia

di Romano Prodi
5 Minuti di Lettura
Domenica 26 Giugno 2022, 01:16

La guerra di Ucraina continua con le sue crudeltà e le sue sofferenze. Da qualche settimana sembra entrata in una fase di stallo, quasi una guerra di trincea in cui gli eserciti si fronteggiano con estrema durezza, ma con scarsi movimenti sul territorio. Nello stesso tempo i richiami alla pace o alla tregua sono sempre più flebili e i risultati degli appelli e delle missioni politiche sempre meno efficaci. Tutto questo sta diffondendo il messaggio, reso esplicito dalle dichiarazioni dello stesso segretario generale della Nato, che la guerra durerà a lungo.

Sulla durata della guerra non mi sento di fare previsioni: troppe le variabili che abbiamo di fronte. Tuttavia, già da ora, il conflitto d’Ucraina sta cambiando il mondo e, con intensità particolare, ha già cambiato l’Europa non solo sotto l’aspetto economico, ma anche e soprattutto in campo politico. Cerchiamo di vedere come. 
Prima di tutto l’invasione russa ha prodotto, anche sotto la spinta dell’iniziativa americana, una reazione europea del tutto nuova per ampiezza, sia sotto l’aspetto militare che della solidarietà nell’accoglienza dei profughi.

A queste operazioni si è poi accompagnata un’intensa campagna diplomatica per cercare di inserire i Paesi europei nei pur fragili tentativi di mediazione volti a favorire il processo di pace, la prospettiva di tregua, i corridori umanitari o, almeno,  il trasporto di cereali verso gli Stati più in difficoltà. Di questi tentativi è stato protagonista più volte Macron come presidente di turno dell’Unione Europea e, successivamente, vi hanno provato, con azione comune, i leader dei tre maggiori Paesi europei. 

Fino ad oggi dobbiamo concludere che, avendo la guerra di Ucraina assunto un rilievo mondiale, l’azione di un’Europa ancora in via di costruzione non poteva e non può raggiungere la forza e l’autorevolezza per porre fine al conflitto, che pure si materializza così vicino a noi. Ancora più complesso si è dimostrato il capitolo delle sanzioni. Vi è stato un sostanziale, seppur faticoso, accordo iniziale quando si è parlato di sanzioni di carattere finanziario e commerciale, riguardo alle quali gli interessi dei Paesi europei sono diversi fra di loro (e a loro volta, molto diversi da quelli americani), ma tuttavia in qualche modo componibili di fronte alla drammaticità della situazione.

Impossibili sono state invece fino ad ora le decisioni in campo energetico dove le posizioni di partenza e gli interessi fra i Paesi europei e fra le due sponde dell’Atlantico si sono dimostrati fra di loro incompatibili, come si è visto nei giorni scorsi a Bruxelles, dove il capitolo dell’energia è stato ancora una volta rinviato.
Lo stesso Consiglio Europeo ha però deciso, con voto unanime, di aprire le porte dell’Unione all’Ucraina e alla Moldavia. Una decisione importante ma che, tenendo conto delle condizioni esistenti per l’entrata di nuovi membri nell’Unione, richiederà moltissimi anni per essere messa in atto. Il processo di ingresso è infatti sottoposto a molte condizioni che riguardano la coerenza con le regole dell’Unione e non può nemmeno iniziare se non sono garantite pace e sicurezza all’interno della nazione che chiede di entrare.

Inoltre si è già sentita la voce di alcuni membri perché vengano rispettati gli impegni assunti nei confronti degli Stati dell’ex Jugoslavia e dell’Albania, che da molti anni attendono che Bruxelles proceda a completare il processo di adesione, senza tenere conto del veto di singoli Paesi. Se la guerra di Ucraina ha in pochi mesi così inciso sul presente della politica europea, la rivoluzione che essa ha in pochi giorni prodotto nella politica tedesca è destinata a cambiare radicalmente il futuro dell’Europa. Parlo del riarmo tedesco. Una decisione improvvisa, avvenuta dopo pochi giorni dall’inizio del conflitto e poche settimane dopo che il cancelliere tedesco era stato protagonista di solenni dichiarazioni in senso opposto.

Una decisione resa necessaria dai drammatici cambiamenti della storia e che non presenta alcun elemento di preoccupazione sugli equilibri democratici europei, ma che sorprende per la sua dimensione. Non solo viene confermato l’obiettivo di portare il bilancio della difesa tedesca ad almeno il 2% del Pil, ma vengono messi sul tavolo 100 miliardi di euro per una progressiva riorganizzazione dell’esercito. Tutto questo, ponendo il bilancio della difesa tedesco incomparabilmente al di sopra di quello della Francia, non può non incidere sui tempi e sui modi di realizzazione di una possibile politica estera e di difesa europea.Dopo la Brexit è infatti la Francia il principale punto di riferimento in questo campo. Essa infatti accompagna il suo diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e la sua prerogativa di possesso dell’arma nucleare con un’influente capacità di leadership della sua industria nazionale nel campo della difesa. 

Questo ruolo francese è destinato ad affievolirsi con la progressiva concretizzazione della nuova politica tedesca, mettendo oggettivamente in crisi l’equilibrio franco-tedesco, necessario punto di riferimento di tutta la politica europea. La guerra di Ucraina ha quindi non solo prodotto in pochi mesi cambiamenti inattesi, ma ha reso non più rinviabile la costruzione di una vera politica comune. E’ utile ripetere ancora una volta che questa decisione può partire solo su iniziativa della Francia, ma è ancora più utile sottolineare che, da oggi, tale iniziativa non è per la Francia una scelta, ma una necessità. Anche se non è scontato che la Francia, nella complicata situazione politica in cui si è venuta a trovare dopo le recenti elezioni, possa o voglia adempiere al compito storico a cui è chiamata dagli eventi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA