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Carlo Nordio
Carlo Nordio

Allarmi ignorati/Le violenze sul Garda, la conferma di una deriva

di Carlo Nordio
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 8 Giugno 2022, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 9 Giugno, 00:21

I gravissimi fatti di Gardaland e dintorni, con decine di ragazze molestate, umiliate e offese da centinaia di coetanei di origine in prevalenza magrebina, sollevano ancora una volta i dubbi sulla inadeguata comprensione del disagio di questa seconda generazione di immigrati, sulla loro adesione al nostro modo di vivere, e sui mezzi apprestati per convincerli che le nostre norme sono vincolanti anche per loro. 
In linea generale, si ha l’impressione che la sottovalutazione della violenza giovanile sia di vecchia data, e non si limiti solo agli immigrati che stentano ad accettare la nostra cultura libertaria. Gli episodi della provincia veronese si inseriscono infatti in una sequenza di violenze e sopraffazioni alle quali l’autorità politica sembra opporre la cosiddetta “strategia di contenimento”, piuttosto che un controllo preventivo efficace e un intervento repressivo adeguato. 


Ricordiamo i casi più recenti e clamorosi. Nell’autunno scorso si era consumata nel pieno centro di Roma una battaglia tra estremisti “No Green-pass” e le forze dell’ordine, con l’assalto alla Cgil, e poco è mancato allo stesso Palazzo Chigi. L’immagine di un blindato che presidiava la sede del governo certificava l’improvvisazione nell’affrontare un disordine ampiamente annunciato. 


Ancora prima, un “rave party” nel viterbese aveva attirato in spazi ristretti migliaia di scapigliati in un momento in cui ogni assembramento era vietato. Un raduno proseguito per giorni, con la polizia che “presidiava” la zona mentre gli scalmanati giovanotti sgozzavano le pecore al pascolo nelle campagne vicine, accumulavano montagne di rifiuti e consumavano sostanze stupefacenti. Lo sgombero avvenne solo dopo le reiterate richieste dei sindaci locali, quando ormai i danni erano stati fatti. 


A Milano, nella notte di Capodanno, e sotto gli occhi degli uomini in divisa, alcune ragazze erano state oggetto di violenze sessuali da parte di un gruppo di giovani scatenati. Il branco si era accanito con una furia aggressiva documentata dalle video riprese. La polizia era intervenuta tardi, per la carenza di uomini e la confusione generale, e un paio di giovani turiste tedesche, tornate in patria, avevano riferito di non aver sporto denuncia in Italia perché diffidenti della nostra giustizia.


E questo era già grave. Ma ancor più allarmante era stata la reazione debole, e quasi infastidita, di chi fino a quel momento aveva organizzato, a tutela psicofisica delle donne, dibattiti e cortei, invocando inasprimenti punitivi contro il maschilismo arrogante. 
Ora la storia si ripete in modo ancor più preoccupante per il numero degli aggressori, per la quantità delle vittime e per gli stessi moventi che sembrano aver ispirato questa banditesca incursione. 
Nell’ultimo episodio del treno i protagonisti non sono poche decine di ubriachi, ma centinaia di ragazzi, per lo più figli di immigrati nordafricani, organizzatisi con criteri quasi militari. Le vittime sono ragazzine minorenni, oltraggiate nell’intimità fisica e, cosa forse anche più turpe, in quella morale. E il movente è l’odio e il disprezzo per il nostro costume occidentale e per quanto esso rappresenta in termini di libertà e autodeterminazione. 
Per i fatti di Milano ci chiedemmo cosa sarebbe avvenuto se un branco di teste rasate avesse fatto altrettanto con una dozzina di extracomunitarie.


È quello che ci chiediamo anche ora, evocando il medesimo sospetto: che, vista l’etnìa degli aggressori, vi sia stata una sorta di riluttanza ad intervenire per paura di essere accusati di discriminazione razziale, autoritarismo poliziesco o magari repressione fascista. Un sospetto avvalorato dalla ormai radicata consuetudine a chiudere un occhio nei confronti di gruppi di nordafricani che spacciano stupefacenti nelle strade e nei giardini, e dalla circostanza che ormai la grande maggioranza dei cosiddetti microcrimini contro il patrimonio, cioè furti e piccole rapine, sono commessi da loro. 


Se così fosse, non solo si verificherebbe una intollerabile ingiustizia formale e sostanziale, ma il nostro Paese verrebbe percepito come un porto franco dove ciò che è precluso agli uni è consentito agli altri, e dove una omiletica esortazione all’accoglienza e alla carità sottintende una sostanziale impotenza. 
Non sappiamo se tutti gli autori di questo misfatto saranno individuati, processati e adeguatamente puniti. Ma le premesse non sono confortanti. I responsabili locali dell’ordine pubblico avevano ripetutamente avvertito del raduno e dei relativi pericoli. Chi doveva vigilare non ha vigilato, chi doveva intervenire non è intervenuto, chi doveva impedire non ha impedito. 
Se possiamo dare un consiglio a chi deve punire, gli rammentiamo che la libertà è figlia dell’ordine, ma quando diventa rassegnata indulgenza è la madre del caos. 

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