Giorgio Ursicino
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Ferrari, le staffette pesano: per vincere serve stabilità

Ferrari, le staffette pesano: per vincere serve stabilità
di Giorgio Ursicino
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Giovedì 8 Dicembre 2022, 23:57 - Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre, 22:29

Il tempo passa, il nuovo team principal non arriva. Mancano poco più di due settimane, poi Mattia Binotto lascerà la guida della Ferrari e potrebbe veramente servire l’interim. La situazione, in ogni caso, resta complessa. In Formula 1 difficilmente si ricorda una vicenda del genere. La velocità richiede stabilità, i terremoti non sono quasi mai le solide basi di un dominio. Il cambio al vertice di un team, in realtà, non è così raro.

Il futuro alla Ferrari dopo Mattia Binotto

Quello che accade di solito, però, è la staffetta di un manager alle corde, che ha concluso il suo ciclo o è addirittura fuori binario, con uno nuovo. E si fa un programma di tre o quattro anni per dare al timoniere entrante il tempo di ricostruire quello che non funzionava. Che il predecessore aveva sbagliato e che bisognava necessariamente correggere. Un capolavoro di monoposto non si realizza in un lampo, ma con l’evoluzione di un progetto valido. D’altra parte, se tutto fosse stato perfetto, la sostituzione sarebbe stata follia.

Profondamente diverso lo scenario attuale a Maranello dove il Titolo manca da 15 anni e sono clamorosamente falliti tutti i tentavi di rianimare il prestigioso paziente. Trascinando nella palude i più forti campioni in circolazione come Fernando Alonso e Sebastian Vettel che, con la tappa nella Motor Valley, hanno imboccato il viale del tramonto della loro carriera. In Emilia la ricostruzione era al culmine e quella che ci viene incontro doveva essere la stagione della riscossa. Invece c’è il forte rischio che non sarà proprio così.

In verità, il presidente Elkann non si è impegnato, promettendo l’iride «prima del 2026». Se si concretizzasse lo scenario peggiore, però, non sarà facile spiegare al principino di Montecarlo e ai milioni di tifosi sparsi in tutti i continenti che bisogna avere ancora pazienza. I numeri difficilmente sbagliano e quelli del paddock parlano parecchio chiaro.

Negli ultimi 14 anni il Mondiale è andato solo a due scuderie, la Red Bull (6) e la Mercedes (8). Ed alla guida dei due team c’erano sempre gli stessi manager, Christian Horner e Toto Wolff. Team principal che, per carisma e spessore “politico”, non hanno rivali. Ecco perché la ricerca dell’erede di Mattia non è affatto facile, troppe sono le doti da trovare in una sola persona specialmente se il silurato non era solo un leader, ma anche un tecnico qualificato.

 

La storia degli ultimi 14 anni è confermata dai tre lustri precedenti. In quell’era nemmeno troppo lontana l’albo d’oro è tinto di Rosso. Il Cavallino Rampante ha messo in bacheca la più lunga collana di successi dei suoi quasi ottant’anni di presenza nel Circus. Con Michael Schumacher al volante furono ben sei i titoli consecutivi (1999-2004). In quella circostanza, peggio di ora, il digiuno dal Mondiale durò un ventennio e Schumi fu solo la ciliegina sulla torta di un’opera di ricostruzione certosina.

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L’artefice fu l’ex “navigatore” Jean Todt chiamato da Luca di Montezemolo nel 1993 mentre era alla Peugeot e rimasto sulla poltrona di comando della Gestione Sportiva fino agli inizi del 2008 quando fu addirittura promosso per meriti ad amministratore delegato.

Ma il manager francese, prima di iniziare a vincere sul serio, dovette lavorare duro per ben 7 anni. Un’altra storia di continuità e stabilità è stata, più o meno nello stesso periodo, quella di Flavio Briatore e la Renault. Il dirigente piemontese aveva già vinto i Titoli nel 1993 e 1994 con il Kaiser sulla Benetton e venne richiamato nel 2001 dalla casa francese che era subentrata all’azienda dei maglioncini.

Flavio, nella struttura di Enstone che conosceva come le sue tasche, lavorò da inizio millennio e solo nel 2005-2006 si prese la rivincita battendo, con il giovane Fernando da Oviedo, il suo primo amore tedesco che nel frattempo aveva tradito sedotto dalla Ferrari. Non si possono dimenticare nemmeno i filotti vincenti della McLaren di Ron Dennis e della Williams delle zio Frank. Insomma, a meno che la tradizione della Formula 1 non vada all’improvviso in testacoda, ci vorrebbe un miracolo per vincere con un condottiero all’esordio.

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