L'escalation autonomista e i suoi danni

Martedì 12 Maggio 2020 di
Un’esigenza nazionale? Solo in piccola parte. Il regionalismo italiano è nato per lo più da uno scambio politico , dal compromesso storico anticipato di qualche anno, da un patto di potere legittimo ma poco lungimirante. Accadeva cinquant’anni fa, nel maggio del ‘70.
Previste nella Costituzione del 1947, le Regioni a statuto ordinario sarebbero diventate operative non subito ma soltanto con la legge del 16 maggio 1970. Ritardo dovuto a tattiche tra partiti ma anche per evitare quelle tendenze centrifughe che poi il regionalismo avrebbe favorito e fatto lievitare. Fino a mettere in dubbio, come adesso sta accadendo e per paradosso proprio in un momento d’emergenza che richiederebbe la massima compattezza istituzionale, l’unità d’Italia. Il cinquantenario della legge numero 281, a firma Rumor, Preti, Colombo, Giolitti, Restivo, cade dunque nel momento meno adatto per darle quel valore di presunta modernità che le si volle attribuire a suo tempo. Perché mai come adesso ogni presidente, che in maniera impropria si fa chiamare governatore, rischia di comportarsi come uno shogun in concorrenza con l’imperatore o come un cacicco che fa concorrenza allo Stato centrale. Anche se non siamo né in Giappone né alle Antille. 

CACICCHI
La vera ragione storica della creazione delle Regioni fu enunciata con realismo da Francesco Cossiga, il quale diceva: «Il cammino verso l’alleanza tra Dc e Pci fu lento ma inarrestabile. Fu d’aiuto la convinzione che non si poteva tenere la sinistra parlamentare, un movimento così potente, fuori dalle sfere del potere. Per questa ragione, Rumor aveva avuto, nel ‘70, l’idea di sbloccare l’istituzione delle Regioni. Le quali furono dunque varate per motivi eminentemente di equilibrio politico, non perché le si ritenesse necessarie per una migliore organizzazione dello Stato». Insomma, bisognava dare un po’ di potere ai comunisti lì dove erano più forti: in Toscana, in Emilia Romagna, in Umbria. E così le Regioni sono state un osso lanciato dai democristiani ai comunisti per placarne la fame di potere; e non una meditata e indispensabile scelta istituzionale. Invano, in Parlamento, si opposero liberali, missini e monarchici, con un durissimo ostruzionismo. Democristiani, repubblicani, socialdemocratici, socialisti, comunisti prevalsero. E il vulnus che si creò allora più tutti i successivi aggravamenti - il più devastante la riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 che avrebbe soppresso il controllo preventivo del governo sulle leggi e sugli atti amministrativi regionali - hanno portato alla situazione odierna. In cui in sede di bilancio del regionalismo mezzo secolo dopo non si può che dire che è stato - dice nulla la lievitazione dei costi e degli sprechi di questi enti? - un mezzo disastro. Nel quale ogni Regione si comporta come un potentato locale, a dispetto del principio costituzionale, secondo cui la Repubblica «è una e indivisibile». Ma, intendiamoci, qui non è in discussione un legittimo e sacrosanto principio di decentramento di certe funzioni che alleggerisce lo Stato e magari ne velocizza i passaggi. E’ la spasmodica ricerca di diversificazione rispetto alle linee generali stabilite dallo Stato. Che è proprio la questione - in materia di salute e di uscita dall’epidemia - che si sta verificando oggi. 

Spiega il costituzionalista Francesco Clementi, tornando al passato: «Per il Pci, il decentramento regionale rappresentò l’occasione per dimostrare la propria capacità di governo (a compensazione della conventio ad excludendum dal livello nazionale, fondata su ragioni di politica internazionale), moltiplicando così la propria capacità di penetrazione al livello dei consensi elettorali, che, non a caso, a partire dagli anni ‘70 raggiunse la massima espansione storica». Con il passare del tempo, ad ogni latitudine e a prescindere dal colore politico degli shogun prima più timidi e poi esorbitanti dopo la legge sulla loro elezione diretta e il conseguente aumento delle risorse disponibili, il regionalismo è andato a sconfinare in una sorta di autonomismo più o meno esibito. Quello che fece dire al grande Giovanni Sartori poco prima che morisse nel 2017: «Potremmo senza danno sopprimere le Regioni». Anche se nel corso dei decenni questi enti territoriali hanno selezionato una classe dirigente che poi in certi casi ha meritato il balzo nazionale.

IL RUOLO DI ROMA
Per non dire del ruolo di Roma a cui in parallelo e in contrasto rispetto all’escalation regionalistica - occorreva e ancora occorre dare un peso infinitamente superiore a quello che ha. Nell’iper produzione impazzita di leggi nazionali e regionali, con tutti i conflitti derivanti dalla confusione di competenze, non si è invece trovato il modo di stabilire la primazia della Capitale. Connesso a questo è il problema del Centro-Sud. A pagare le conseguenze di un decentramento sbagliato è questa parte del Paese più di tutte le altre. Lasciare che le regioni legiferino e stanzino risorse diverse su scuola, sanità e così via equivale a frantumare l’Italia e a colpirne le aree più disagiate. E verrebbe da rileggere molto criticamente tutto il meridionalismo di sinistra che, anche con figure di enorme spessore come Gaetano Salvemini (per non dire di Sturzo nel fronte cattolico), che ha creduto nell’autonomismo come emancipazione. La realtà è che le Regioni hanno aumentato il divario Nord-Sud e se non arrivano correttivi forti si rischia di scardinare l’articolo 117 della Costituzione, quello che attribuisce la potestà legislativa allo Stato e lo obbliga a garantire gli stessi diritti civili a tutti i cittadini ad ogni latitudine.
Un giorno Giuseppe Mazzini pronunciò queste parole: «L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà». Con meno smanie regionalistiche sarà migliore sia il Sud sia il resto d’Italia. E per ora c’è poco da festeggiare.
 
Ultimo aggiornamento: 18-05-2020 14:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA