Le regole d’ingaggio/ La lezione da trarre sulle missioni italiane

Venerdì 3 Luglio 2020 di
La decisione del Tribunale arbitrale dell’Aja di sottrarre i nostri due Marò alla giurisdizione indiana corrisponde soprattutto al buon senso. Essa è stata accolta con favore dal nostro governo e probabilmente lo sarà anche dalle famiglie delle vittime, che saranno risarcite. L’inchiesta proseguirà davanti alla nostra magistratura, ma la complessità della questione lascia presumere che, alla fine, i nostri due militari saranno scagionati.
Quanto al governo indiano, al di là delle reazioni ufficiali, crediamo che sarà ben lieto di essersi liberato di una contesa che di fatto era già stata composta con il ritorno in patria dei due incriminati. In effetti nessuno pensava che Girone e La Torre sarebbero stati riconsegnati ai giudici di Nuova Delhi. Va infine dato atto ai nostri ministri - succedutisi in questi anni - di aver fatto il possibile per tutelare i due ragazzi e riportarli a casa. Insomma, una volta tanto, politica e Giustizia sono andate d’accordo.
L’esito felice della vicenda non deve tuttavia farci dimenticare gli errori che sono stati commessi, e che speriamo non vengano più ripetuti. E l’errore fondamentale è stato quello di imbarcare dei militari a protezione di una nave civile, senza munirli della relativa autorità di gestione delle emergenze.

Il pasticcio infatti è nato perché il comandante della “Enrica Lexie” aveva ubbidito agli ordini del suo armatore di approdare in territorio indiano, legittimando così la locale autorità giudiziaria allo svolgimento delle indagini conclusesi, come si sa, con l’arresto dei nostri due marò.
Poiché i fatti erano avvenuti in acque internazionali, era sufficiente che la nostra petroliera evitasse quell’approdo, lasciando così all’Italia - in quanto Stato di bandiera - la competenza ad accertare l’eventuale reato. Ebbene, è regola universale, e anche di buon senso, che se si mandano dei militari a proteggere un’imbarcazione civile essi non possano essere subordinati alle decisioni di un armatore. 
Questo ovviamente non significa che i nostri marò si sarebbero dovuti ribellare. Significa che chi li aveva mandati non aveva dato le opportune disposizioni perché fossero loro, e non altri, a gestire le eventuali emergenze. Va anche aggiunto che dal momento dell’approdo le autorità indiane non potevano comportarsi diversamente. E lo stesso avremmo fatto noi, se i presunti colpevoli di un omicidio avvenuto all’estero a danno di cittadini italiani si fossero trovati nel nostro suolo, perché questo dice l’articolo 10 del nostro codice penale. Sotto questo profilo, il giudizio dell’Aja ci è stato particolarmente favorevole. Ma, ripetiamo, si è trattato di una opportuna giustizia sostanziale. 
Si chiude così una “querelle” che ha rischiato di invelenire i nostri rapporti con uno Stato per noi essenziale, non ultimo per i reciproci rapporti commerciali che hanno rischiato, ad un certo punto, di essere irrimediabilmente compromessi. Ma se possiamo - e dobbiamo - trarne un insegnamento, crediamo di riassumerlo così: quando si mandano i nostri concittadini all’estero, siano essi dei robusti militari come La Torre e Girone, o volonterosi e inermi cooperanti come Silvia Romano, dobbiamo predisporre tutte le cautele, normative e operative, per garantire loro, e in fondo anche noi, di non trovarsi invischiati in situazioni che sfuggono al controllo di tutti, e che possono facilmente convertirsi in tragedia, come è avvenuto a Pippa Bacca, o in interminabili trattative con governi o addirittura con organizzazioni terroristiche.
L’impressione generale che si trae da queste vicende è infatti quella di una insufficienza di valutazione critica, di mancanza di immaginazione, insomma di incapacità di rappresentarsi in anticipo la marea di problemi che queste iniziative, persino le più benemerite, possono creare. Anche se queste considerazioni un po’ amare non devono oggi guastarci la festa per la soluzione favorevole ai nostri due valorosi marinai. Ultimo aggiornamento: 00:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA