Deriva centralista/ «Lo Stato c’è e ci sarà» Anche dopo la pandemia

Martedì 23 Marzo 2021 di
Deriva centralista/ «Lo Stato c è e ci sarà» Anche dopo la pandemia

«Lo Stato c’è e ci sarà». Sempre e sempre più. Sono parole di Mario Draghi, pronunciate a Bergamo nei giorni scorsi, durante la toccante cerimonia per l’istituzione, voluta dal Parlamento, della Giornata nazionale in ricordo delle vittime del Covid, che sarà celebrata il 18 marzo di ogni anno. 

Parole tutt’altro che di circostanza. Esse sono infatti suonate come un pubblico e solenne impegno: a non dimenticare il sacrificio di molti italiani e il dolore delle loro famiglie; a profondere ogni sforzo (e tutte le risorse necessarie) per contrastare la pandemia e i suoi rovinosi effetti economici e sociali. 

Ma così dicendo Draghi non ha mandato solo un messaggio doverosamente rassicurante, dopo le indecisioni e i ritardi con i quali per mesi la crisi è stata gestita dal precedente governo. Con una semplice frase ha colto l’essenza politica della fase storica che stiamo vivendo, segnata appunto – non solo in Italia, ma nella gran parte delle democrazie – da un ruolo del potere pubblico, a ogni livello, divenuto sempre più pervasivo e dirimente. E destinato con ogni probabilità a restare tale anche quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata o attenuata. 

Le trasformazioni politiche sono spesso il frutto dei cambiamenti più o meno repentini che intervengono nella mentalità collettiva e nella psicologia delle masse.

Questi ultimi, difficili da controllare o prevedere, a loro volta nascono quasi sempre da shock sociali o traumi storici. Esattamente quel che è accaduto con lo scoppio della pandemia. Società fortemente individualiste come quelle occidentali, indisponibili a farsi dettare dall’alto norme di comportamento e regole di condotta, ossessionate dal mito della privacy e della libertà soggettiva, che nello Stato tendevano a vedere un “male necessario” o, al massimo, un arbitro della nostra vita collettiva dai poteri ben delimitati, hanno improvvisamente visto crollare le loro certezze e convinzioni. Sino a cambiare in modo drastico il loro modo di pensare e di atteggiarsi nei confronti dell’autorità sovrana.

Travolte dalla paura (a partire da quella più atavica e profonda, la paura di morire), in preda ad una crescente ansia (spesso irresponsabilmente indotta dal modo con cui la crisi è stata gestita sul piano della comunicazione pubblica e dai messaggi contrastanti provenienti dalla stessa comunità scientifica), preoccupate da un futuro che è ancora oggi quanto mai incerto e fosco, esse sono passate dal massimo dell’autonomia (rivendicata) verso lo Stato al massimo della dipendenza (apertamente invocata e desiderata) dallo Stato.

Al quale si è chiesto e si chiede ogni cosa: di salvarci dalla malattia o dal rischio di contrarla (assicurando a tutti cure mediche e una rapida vaccinazione), di sgravarci dal peso delle tasse, di salvaguardare i posti di lavoro, di sostenere le aziende in crisi, di aiutare chiunque si trovi in difficoltà economiche, di vigilare sul rispetto dei divieti finalizzati a contenere i contagi, di progettare la futura ripresa economica, di impegnarsi per riaprire al più presto le scuole, ecc.

Tutte cose che ovviamente nessuno di noi individualmente potrebbe fare. Tutte cose che per definizione richiedono grandi capacità organizzative, la mobilitazione di una massa enorme di uomini e donne, risorse finanziarie a dir poco ingenti, quali solo la grande macchina dello Stato può offrire. Non deve dunque sorprendere se anche democrazie liberali di antica tradizione in questo frangente storico si siano convertite – spinte dall’urgenza, pressate dagli stessi cittadini – a politiche centralistiche e di stampo dirigista-assistenziale, che spesso si sono tradotte in forme di limitazione coattiva della libertà di movimento di milioni di persone.
Il problema, oltre la contingenza che sembrerebbe giustificare qualunque decisione politica purché assunta nell’interesse pubblico e per il bene comune, è quale eredità mentale e quali abitudini sociali potrà lasciare quest’affidarsi degli individui ad uno Stato sempre più percepito come un potere tutelare e protettivo, del quale non si può fare a meno se si desiderano una vita salva e un’esistenza tranquilla. E dal quale, in cambio di maggiore sicurezza, si è disposti ad accettare anche che ci controlli nelle nostre azioni quotidiane, come ormai grazie alla tecnologia è facilissimo fare. 

Coloro che hanno cara la tradizione liberale, fondata sui limiti del potere e sul contenimento del carattere fisiologicamente espansivo dello Stato, temono esplicitamente uno scenario del genere. Ma anche coloro che hanno sempre sostenuto il ruolo attivo dello Stato nel governo della società farebbero bene a preoccuparsi. Uno Stato, quali che siano la sua forza reale e le funzioni più o meno grandi che vogliamo attribuirgli, difficilmente può funzionare bene se ha dinnanzi a sé solo cittadini impauriti, rassegnati, passivi, apatici, acquiescenti e disposti ad accettare senza discutere qualunque decisione purché ci appaia rassicurante delle nostre ansie private. 

Costretti da mesi ad una condizione di cattività domestica, limitati nelle nostre relazioni sociali e affettive, inclini a vedere nel prossimo una potenziale minaccia alla nostra integrità fisica, più che la perdita della libertà a causa di un potere volontariamente oppressivo – come temono i complottisti che paventano una dittatura sanitaria globale – quel che rischiamo, anche quando la pandemia sarà terminata o sconfitta, è di assuefarci ad un’idea della politica (e ad una visione dello Stato) paternalistica, protettivo-curativa di mali o paure spesso irrazionali, sostitutiva dell’impegno o partecipazione individuale, meramente assistenziale, neutralizzatrice dei conflitti che sono il sale della democrazia e che finisce per scambiare il riconoscimento dovuto dei diritti sociali con la lungimirante benevolenza del governante di turno. 

Politicamente sarebbe una regressione gravissima, l’eredità peggiore della pandemia, della quale purtroppo già si intravvedono molti segnali.

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