Gianni Bessi

Misure anticrisi/L’attacco che l’Europa deve respingere

di Gianni Bessi
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Lunedì 3 Ottobre 2022, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 22:29

L’invasione dell’Ucraina non è il solo conflitto che la Russia ha deciso di combattere: cammin facendo, se n’è aggiunto un altro, di portata internazionale, che ha come obiettivo l’Europa. Non riuscendo a vincere lo scontro diretto con l’Ucraina, Putin ha deciso di allargare il conflitto contro i suoi alleati europei, ricorrendo all’arma non convenzionale del gas con una stretta ulteriore alle forniture che ha lo scopo di incrinare la tenuta dell’Unione e quindi indebolirne l’appoggio a Kiev. Chi ancora ieri nutriva dubbi, ora può dirsi matematicamente certo.
Inizialmente le strozzature sul gas erano soprattutto di natura commerciale, volte a far crescere il prezzo del metano per appesantire i bilanci dei “clienti ostili” e allo stesso tempo fare cassa per sostenere i costi della guerra. Ora invece la strozzatura si è militarizzata.

Ben pochi dubbi vi sono ormai sul fatto che sia stata la Russia a compiere il sabotaggio del Nord Stream 2 in una escalation spettacolare; un sabotaggio, si badi, che ha illustri precedenti al tempo della guerra con la Georgia del 2006. E l’obiettivo ultimo è sin troppo chiaro: provocare crepe nel muro europeo, puntando a creare divisioni nutrite dagli interessi di parte e dalle tensioni che inevitabilmente nasceranno laddove il caro energia e la conseguente inflazione non potranno essere fermati con strumenti nazionali. 


Il “grande gioco del gas” di Putin aveva già ottenuto un risultato con l’Ungheria, sfilatasi fin da subito dal novero dei Paesi che intendono continuare a imporre sanzioni alla Russia. Del resto, la stessa fuga in avanti della Germania, che ha deciso di rispondere autonomamente all’emergenza energetica con il colossale intervento da 200 miliardi per sostenere cittadini e imprese alle prese con il caro-bollette, ha contribuito a incrinare la coesione nell’eurozona. A ciò si aggiunga l’atteggiamento riluttante dell’Olanda, che rifiuta pervicacemente l’istituzione di un tetto al prezzo del gas per rispondere in modo unitario alle pressioni di Mosca. Sicché l’Europa al momento ha solo deciso misure di risparmio elettrico da applicare ai contatori da remoto, non riuscendo a concordare un meccanismo di acquisti comuni o a definire nuovi indici capaci di smussare i picchi del prezzo dell’energia.


Insomma, sulla questione attualmente vi sono più elementi di divisione che di unione nel Vecchio Continente. Non a caso qualche giorno fa Giorgia Meloni e Mario Draghi hanno lanciato un appello ai partner - un appello che aveva tanto il sapore di un allarme - affinché nell’Unione torni a prevalere lo spirito del Next Generation Eu. Né sono d’aiuto l’emergere degli interessi economici diretti da parte delle nazioni nordiche che spingono per favorire il gas norvegese e le rendite di posizione dei Paesi di passaggio dei gasdotti, quali la Danimarca; oppure da parte della Polonia, che vorrebbe diventare l’hub dell’Est per così accrescere la propria importanza strategica grazie alla Baltic Pipe.


Intanto l’inverno sta arrivando, per riprendere una delle espressioni più celebri di “Game of Thrones”. E qui eccoci al “che fare”. Poiché il gioco di Putin a disunire in funzione delle sanzioni - che alla Russia stanno facendo davvero male, ciò spiega l’escalation della sua azione - è ormai chiaro a tutti, la risposta non può essere che una: serve un’Europa che superi nei limiti del possibile l’interesse particolare e dia una risposta davvero unitaria come è accaduto con la pandemia. Un’Europa, insomma, che attivi da subito i meccanismi di cooperazione rafforzata sul fronte energetico, determinando scelte comuni sul gas, impegnandosi sulla quantità e sulla durata degli acquisti e sulle interconnessioni infrastrutturali. Tutto ciò, uscendo dalla trappola della scelta su quale sia la fonte energetica da privilegiare e che mette al centro la neutralità tecnologica.

La storia industriale insegna che l’evoluzione è nella tecnica e nella gestione delle risorse scarse, prima ancora che nella disponibilità delle fonti o delle risorse stesse.
Si sta discutendo di difesa comune europea come di una priorità, di una scelta inequivocabile: allora non possiamo nasconderci che l’energia ne è parte integrante. Per fare questo, per una risposta davvero efficace, servono ovviamente risorse pubbliche (anche e soprattutto favorendo il partenariato pubblico-privato): sarebbe perciò necessario che la strategia europea e i piani nazionali di supporto non entrino nel conteggio del debito/deficit e siano finanziati dall’emissione di obbligazioni acquistate dalla Bce. Perché per attuare qualsiasi azione occorre un’altra risorsa: il capitale. Una risorsa sulla quale l’Unione può e deve mostrare la sua forza.

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