Tanti iscritti e “a distanza”. Buone notizie dagli atenei

Mercoledì 21 Ottobre 2020 di

Si parla pochissimo dell’università italiana. In parte è comprensibile: per la prevalenza delle notizie sull’emergenza sanitaria; per l’importanza molto maggiore che hanno altri ambiti della vita collettiva: la scuola, i trasporti pubblici. In parte è però patologico: è conseguenza di un lungo periodo di sottovalutazione del ruolo dell’istruzione superiore per il futuro del Paese. Eppure, anche in questo periodo così preoccupante, qualche buona notizia viene proprio dal fronte degli atenei. Le università italiane sono riuscite ad operare una conversione rapida alla didattica a distanza. Certo molto più semplice che nella scuola. Ma anche con risultati sorprendentemente positivi: ne dà conto un recente rapporto dell’Università di Torino, di Francesco Ramella e Michele Rostan. In attesa dei dati ufficiali, vengono poi dalle diverse sedi e da dichiarazioni del ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, notizie circa un forte aumento delle immatricolazioni per l’anno 2020-21. Una tendenza non scontata; probabilmente legata alla pandemia, che può aver suggerito di orientarsi agli studi viste le difficoltà sul mercato del lavoro; collegate forse proprio alla didattica a distanza, anche se è del tutto incerto che cosa avverrà nei prossimi mesi ed anni. Ma anche collegate, e questo è un punto fondamentale, a scelte politiche. Alle iniziative prese da moltissime università per ridurre i costi delle immatricolazioni; in particolare ampliando l’area di esenzione totale dalle tasse universitarie per le famiglie più deboli. Evitando, sembrerebbe, ciò che è invece avvenuto negli anni della più severa crisi economica, quando molte ragazze e ragazzi italiani, soprattutto dei ceti meno abbienti, diplomati agli istituti tecnici e professionali, hanno dovuto rinunciare ad iscriversi proprio per l’aumento del costo degli studi. Questo è molto importante: perché dimostra che cambiare rotta si può. Tutto ciò sta forse determinando una “finestra di opportunità”: un periodo per riflettere e discutere sia su quello che è avvenuto nell’ultimo decennio, sia su quello che si può e si deve fare.

A partire da una considerazione tanto banale quanto spesso dimenticata: l’Italia è la cenerentola nell’Europa dell’istruzione superiore; spende 7 miliardi contro i 31 della Germania e i 25 della Francia; solo 28 trentenni su 100 sono laureati, contro 45 in Spagna e 47 in Polonia. Con questi numeri, nell’economia di oggi e di domani, basata sulla conoscenza, l’Italia ha ben poche chance. Fra il 2008 e il 2018 l’università italiana è stata oggetto di politiche punitive: drastico taglio dei fondi, come in nessun altro comparto pubblico; chiusura delle porte degli atenei ad una intera generazione di giovani ricercatori, costringendoli ad emigrare o (come documenta anche il rapporto di pochi giorni fa dell’Associazione dei dottorandi e dottori di ricerca) ad un precariato sottopagato senza prospettive. Politiche che hanno colpito duramente il Centro-Sud del Paese, in cui i tagli, grazie a scelte estremamente discutibili, si sono concentrati. Quanto conta per le difficoltà di Roma la circostanza che il finanziamento pubblico della “Sapienza” sia sceso (2008-18) da 583 a 484 milioni, cioè di quasi un terzo tenendo conto dell’inflazione? Da qui bisognerebbe ripartire, ma cambiando rotta. Il documento preliminare del Piano di Rilancio afferma che occorre aumentare la quota dei giovani laureati, ma non dice come. Parliamone. Riflettiamo su innovazioni più strutturali: sul potenziamento di un canale di istruzione più professionalizzante, come in Germania, che si aggiunga agli attuali corsi (e certo non li sostituisca); sulle complesse opportunità, ma anche sugli evidenti rischi, collegati proprio all’utilizzo delle piattaforme digitali. Ma il grosso del Piano di Rilancio dell’università dovrebbe mirare ad un obiettivo molto semplice: farla vivere dignitosamente, avvicinarci agli altri Paesi europei. Partendo dalle aree più critiche. Dagli studenti: aumentando strutturalmente l’area di esenzione, riducendo il più possibile la tassazione per tutti (ed eliminando le assurde regole per cui gli atenei sono premiati se incassano molto dai propri “clienti”); rafforzando le iniziative per il diritto allo studio: borse, mense, studentati. L’unica politica che può provare ad interrompere quella trasmissione intergenerazionale delle opportunità di istruzione (si laureano i figli dei laureati), che è una delle caratteristiche più buie della nostra società. Dai giovani ricercatori: provvedendo ad un sostanziale e continuo nuovo reclutamento, con regole e procedure – già largamente disponibili - che ne assicurino la trasparenza. E dal Centro-Sud: non solo rivedendo i criteri di allocazione delle risorse pubbliche, ma destinando prioritariamente nuove risorse aggiuntive ai territori nei quali c’è maggior bisogno di istruzione. Si può fare.

Va dato atto con piacere che dal governo Gentiloni in poi, e nell’azione dell’attuale ministro, vi sono stati e vi sono segnali che vanno in questa direzione: borse, reclutamento, qualche primissima modifica delle regole. Potrebbe esservi oggi maggior consenso politico per allontanarsi da quel lungo periodo in cui impazzavano i sostenitori delle poche università di eccellenza (tutte rigorosamente al Nord) per pochi studenti di eccellenza. Dall’università ci viene una indicazione importante. Nel prossimo decennio l’Italia potrà uscire più forte dalle terribili congiunture che stiamo vivendo con alcune grandi operazioni di cambiamento. Ma anche facendo funzionare molto meglio, nella quotidianità, i suoi grandi servizi pubblici: gli ospedali e i servizi socio-sanitari e assistenziali territoriali, le scuole e le università. Riformandoli: ma restituendo finalmente a quella bellissima parola che è “riforma” il suo significato di cambiamento volto ad aumentare i diritti e le opportunità per i cittadini, a partire da quelli più deboli.

@profgviesti 

Ultimo aggiornamento: 23:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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