Pio d'Emilia
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Corea e Giappone: allarme misoginia

Corea e Giappone: allarme misoginia
di Pio d'Emilia
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Lunedì 29 Novembre 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 10:56

Come ben sappiamo c’è un’altra “pandemia” che affligge il mondo: la violenza di genere, che ha il suo apice nel femminicidio. Dei drammatici “numeri” italiani, europei, ed in genere “occidentali” sappiamo tutto – o quasi – e giustamente ce li ricordano pressoché quotidianamente – ancorché senza grandi effetti terapeutici - i media.
Meno si sa, invece, della situazione in Oriente. In particolare di Giappone e Corea, Paesi più che avanzati dal punto di vista economico ed industriale ma “storicamente” ammalati di misoginia cronica. “Malattia” che anziché attenuarsi, come sarebbe lecito ed auspicabile, è addirittura in via di peggioramento, come dimostra il loro posto nella classifica del Global Gender Gap Index: 121° posto per il Giappone, 108mo per la Corea, dopo Paesi come il Benin, l’Angola e gli Emirati Arabi (non che l’Italia sia ai primi posti, siamo al 76mo posto, ultimi tra i Paesi europei e dietro a Kenya, Moldavia e Tailandia).

Pensate: in Corea del Sud il 65% degli uomini, secondo un recente sondaggio, si sente discriminato per le maggiori opportunità che il governo sta (lentamente ma costantemente) riconoscendo alle donne (quote “rosa”, orari agevolati, “sconti” fiscali). E la percentuale – questo il dato più preoccupante – tra i giovani (sotto i 30 anni) schizza al 95%. Un atteggiamento culturale e sociale che ha fatto sì che per la prima volta degli ultimi 15 anni a Seoul è stato eletto un sindaco dichiaratamente misogino, Oh Seh-hon, mentre alla guida del partito liberale conservatore (attualmente all’opposizione, ma che rischia di vincere le prossime elezioni ) c’è un altro “giovane”: il 37enne Lee Jun-seok, noto per le sue uscite antifemministe ed il suo supporto ai locali “incel”, il movimento dei cosiddetti “celibi involontari” che fanno riferimento a tipi come Elliot Roger e Alec Minassian, responsabili di vere e proprie stragi pubbliche di donne a caso, e, localmente, di Yusuke Tsushima, che lo scorso agosto, a Tokyo, ha accoltellato su un treno 10 persone, di cui solo due uomini («Per sbaglio – ha dichiarato – in realtà il mio obiettivo sono le donne. Le odio. Tutte»).

E se i dati ufficiali – curioso che non siano facilmente ottenibili né aggiornate, in Paesi dove esistono precise e dettagliate statistiche di ogni genere – parlano di un numero di femminicidi molto simile ai nostri (nel 2020, 91 in Giappone e 97 in Corea del Sud, in Italia quest’anno, ad oggi, sono 103) bisogna tener presente che l’omicidio tout-court, in questi Paesi, è molto meno diffuso. Mentre altri tipi di violenza, alcuni dei quali, particolarmente perversi, emersi di recente, sono enormemente diffusi e di rado denunciati. In base ad un sondaggio del governo, due donne su tre, in Giappone, dichiarano di essere state vittime di una qualche forma di violenza: dal fastidioso fenomeno dei “chikan” (“pervertiti”, riferito soprattutto a coloro che nei treni affollati toccano e si strusciano, fenomeno che ha portato all’istituzione, già da alcuni anni, di vagoni riservati solo alle donne) al più recente, disgustoso “terrorismo del seme”. Uomini che lanciano, o mettono nelle tasche o nelle borse di donne ignare preservativi pieni di sperma, o che ne imbrattano scarpe e indumenti. Un gesto decisamente rivoltante, che tuttavia in Giappone può essere perseguito, e non senza difficoltà, come “danneggiamento di proprietà altrui” e non come violenza sessuale o reato contro la persona. Per non parlare delle “molka”, fenomeno diffuso soprattutto Corea. Piccole telecamere ad altissima definizione che vengo piazzate abusivamente nelle toilette delle donne per poi riversare il contenuto sui social. 

Secondo Kazuko Ito, avvocato e presidente di Human Right Watch Japan, il 95% dei casi di violenza domestica, in Giappone, non vengono denunciati, anche se negli ultimi anni c’è una tendenza delle donne, soprattutto le più giovani, ad uscire allo scoperto e a rivolgersi, più che alla polizia, ai sempre più numerosi centri di assistenza e di “rifugio”. Un interessante fenomeno è quello degli “yonigeya” (“scappare di notte”): nato negli anni ’80, ai tempi della “bolla”, poi praticamente scomparso e riapparso nei gli anni 2008-2009, dopo il cosiddetto “Lehman Brothersmshock” per organizzare la fuga notturna ed improvvisa dei debitori, oggi sembra esclusivamente rivolto alle donne (in qualche caso anche mariti) che decidono di “scomparire” per sottrarsi ad una situazione familiare divenuta insostenibile. I giapponesi hanno un efficace eufemismo: “johatsu suru”, “evaporare”. Secondo S. (vuole mantenere l’anonimato), responsabile dell’agenzia di “yonigeya” più popolare a Tokyo, la Soudan24, quest’anno, anche a causa della pandemia e della conseguente convivenza “forzata” di molte coppie (in Giappone il marito in genere esce la mattina presto e torna la sera tardi, e anche durante i week end spesso è coinvolto da attività “aziendali”) gli interventi sono decuplicati.

«Le donne ci chiamano disperate, ci chiedono di aiutarle a traslocare, al più presto e nel modo più silenzioso ed efficace possibile – spiega S. – abbiamo il 100% di successo, ed il nostro record è di 15 minuti». Certo, le case giapponesi sono piccole ed anche in condizioni normali i traslochi sono semplici e veloci. Ma nel caso dei “yonigeya” qualche rischio c’è. «In genere poniamo tre condizioni ai clienti: devono essere fermamente determinati, devono lasciare una lettera d’addio indicando le motivazioni, e devono essere d’accordo nell’avvertire la polizia che stanno andandosene» - spiega la titolare dell’agenzia Soudan 24 – «in cambio, offriamo un servizio impeccabile». I costi sono modesti, sotto i mille euro, grazie anche al fatto che l’agenzia si avvale di volontari, persone che hanno a loro volta deciso di “evaporare”. 
 

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