Cecilia Lavatore

Le conquiste che l’uomo ancora rifiuta

di Cecilia Lavatore
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Venerdì 25 Novembre 2022, 09:32

È il 25 novembre del 1960, siamo a Santo Domingo,  tre giovani donne di nome Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, viaggiano dentro una macchina per le strade di Puerto Plata: stanno andando a fare visita ai loro mariti detenuti in carcere per essersi opposti al regime di Rafael Leónidas Trujillo. Lungo la via un gruppo di uomini armati costringe l’autista Rufino de la Cruz e le tre sorelle Mirabal, anch’esse attiviste politiche, a fermare il loro veicolo, li fa scendere, li porta in una piantagione di canna da zucchero sufficientemente lontana da occhi indiscreti, poi esegue gli ordini ricevuti.

Rufino de la Cruz, l’autista, viene ucciso quasi subito, le tre sorelle vengono brutalmente torturate per ore, stuprate, massacrate a colpi di bastone e poi strangolate. Dopo l’accaduto, i vertici del governo dittatoriale dominicano dichiareranno di aver eliminato in modo esemplare la minaccia di dissenso. Di lì a poco, molte coscienze, invece, si risveglieranno e creeranno un movimento di protesta che porterà alla caduta del regime di Trujillo l’anno dopo. Durante l’Incontro Internazionale Femminista, celebrato in Colombia nel 1980, questa data verrà commemorata per la prima volta. Progressivamente, molti Paesi si uniranno alla celebrazione della ricorrenza. Il 17 dicembre 1999 l’assemblea generale delle Nazioni Unite approverà la risoluzione 54/134, con la quale sceglierà la data del 25 novembre come giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Dall’Iran al Pakistan, dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Ucraina alla porta di casa nostra, il genere femminile patisce sul proprio corpo le angherie di un mondo irrisolto che non sa placarsi.
Tra vecchie discriminazioni ereditate da secoli di patriarcato e nuove aggressioni figlie dei tempi complessi e contraddittori nei quali viviamo, un dato sembra essere chiaro: qualcosa non ha decisamente funzionato nella lunga corsa all’emancipazione femminile. E la rabbia degli uomini che odiano le donne ne è espressione e ne è allarme. Lo strenuo sforzo di arrivare alla parità di genere, ha portato nel corso degli ultimi due secoli a dei risultati senza dubbio rilevanti. Soprattutto nei Paesi post-industrializzati, le donne hanno guadagnato più autonomia e diritti. Eppure, ogni giorno in molte, troppe, sono ancora e, in molti casi più di prima, vittime di diseguaglianze, abusi, offese, sopraffazioni e atrocità.

C’è un cortocircuito di insofferenze, ricatti psicologici, dipendenze economiche, gelosie insostenibili, possessività, retaggi culturali retrogradi, estremismi religiosi e altri simili pericoli che entrano in rotta di collisione continua con la figura femminile. C’è uno scollamento tra le conquiste delle donne e l’incapacità maschile di accettarle, di trovare una collocazione nuova negli equilibri sociali e nella suddivisione dei ruoli.

In una certa misura, vittime sono anche gli uomini stessi, disperati e disorientati di fronte a un universo femminile che non gli appartiene più, anche se in molti non se ne sono ancora accorti. E la prevaricazione fisica è spesso l’unica arma rimasta a quella parte di popolazione maschile per rivendicare una dominazione formale che è ormai vacillante o inesistente. Una dominazione minata dai sistemi socioeconomici contemporanei che propongono e diffondono su scala globale tanti modelli diversi di donna, ma nessuno, ormai, che sia veramente sottomesso.

È un’umanità sofferta e perduta quella che si macchia di femminicidio, in un atto quasi di auto distruzione e di annullamento verso lo stesso ventre che potrebbe averla partorita. Ma com’è la situazione nel nostro Paese? Secondo l’Istat, 86 donne ogni giorno in Italia sono vittime di reati: un numero di ben quattro volte superiore alle vittime di sesso maschile. Solo nel 2022 si contano in Italia 82 donne uccise da uomini che le amavano male, che, infatti, in verità non le amavano, che non le volevano lasciare andar via, che non le sopportavano più. Che non sapevano dirglielo se non con la violenza. I numeri dei femminicidi parlano di una realtà sommersa e inquietante, di un non detto latente che passa sotto le lame affilate delle apparenze sociali, raccoglie odio e si scaglia contro la donna come archetipo di generatrice, nascita e fertilità, madre, amante, compagna, terra, preda di vite a perdere. I grandi titoli di giornali della cronaca nera riportano il bollettino di una “guerra” combattuta sulla pelle di tante storie interrotte senza pietà che di questo disagio pagano il prezzo più alto.

Ci commuovono e ci feriscono le loro drammatiche morti, ma forse non è abbastanza, come scriveva Roberto Roversi e cantava Lucio Dalla nei versi di “Carmen Colon”, la ragazzina di dieci anni assassinata a New York nel 1971: “Oh Carmen Colon, questa ragazzina e la morte commuovono la tivù, grandi titoli sopra i giornali: Carmen Colon è la vittima ventesima. Fra i bidoni viola dell’agosto, il suo corpo sotto un lenzuolo è nascosto. Carmen Colon, nessuno per lei si è fermato, né un aiuto o una mano le hanno dato, filavano via verso il mare”.
Il 25 novembre, allora, è un’occasione in più per riflettere una volta ancora su quei nomi e cognomi di figlie, madri, sorelle, donne, per non dimenticarle e per scegliere di non filare via, verso il mare.

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