Romano Prodi
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Paesi leader/ Cina e Usa, il dovere di costruire la pace

di Romano Prodi
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Domenica 1 Maggio 2022, 00:14

Mentre tutti attendevamo la fine della peste, è cominciata la guerra. Anche se i due eventi sommano le loro conseguenze negative sull’economia mondiale con modalità e caratteristiche diverse, dobbiamo prendere atto che, nello spazio di tre mesi, il mondo in cui viviamo è passato da un clima di ottimismo a un’aspettativa di una crisi che si aggrava ogni giorno. Il crollo maggiore dell’ economia, un crollo che rasenta la tragedia, riguarda naturalmente i due Paesi che sono in guerra, compresa quindi anche la Russia che, nell’anno in corso, vedrà il suo Pil calare del 10% rispetto a un passato che pure aveva già gravi problemi. Un arretramento che, anche in conseguenza delle sanzioni, prosegue e si intensifica nonostante il grande afflusso di risorse finanziarie che ancora arriva al governo russo dall’esportazione del gas e delle altre materie prime. È vero, infatti, che queste esportazioni continuano a diminuire in quantità, ma il loro introito resta imponente per effetto di un aumento dei prezzi generalizzato e senza precedenti. 

E sono ancora le conseguenze della guerra a colpire con particolare violenza l’economia europea. Da un positivo quadro di crescita post-pandemica, durato per l’intero scorso anno, ci si è ormai avviati verso un periodo di sostanziale stagnazione che, se pure con sfumature diverse, tocca tutti i quattro maggiori Stati dell’Unione, anche se colpisce in modo particolare la Germania e l’Italia che, più degli altri, dipendono dalla fornitura del gas russo. Anche per questo motivo l’inflazione, che nell’Eurozona era già in allarmante crescita, ha ora raggiunto il 7,5%. E’ un livello talmente elevato che, anche se arrivassero improbabili mitigazioni del prezzo dell’energia, l’inflazione continuerà a lungo, costringendo la Banca Centrale Europea a misure restrittive che non permetteranno certamente la ripresa iniziata dopo la prospettiva della mitigazione degli effetti del Covid. Molto minori sono i riflessi della guerra sull’economia cinese, che vede tuttavia diminuire il suo tasso di crescita al di sotto del 4%, anche per la chiusura di ogni attività economica a causa di un ritorno del Covid in alcune grandi città.

Nonostante il governo cinese abbia deciso un piano di massicci interventi nei lavori pubblici, il perdurare della pandemia e i crescenti ostacoli al commercio internazionale, rendono più difficile il cammino, mentre assai poco importanti sono le conseguenze dirette della guerra. Nonostante l’aumento degli ultimi anni il commercio con l’alleato russo non raggiunge infatti il 10% dell’interscambio che la Cina tuttora mantiene con l’Europa e gli Stati Uniti. In questo strano mondo esiste anche un grande Paese che, pur dominante nella politica mondiale, non sembra subire grandi conseguenze economiche, né dal Covid né dalla guerra. Gli Stati Uniti, che hanno avuto tassi di crescita straordinariamente elevati per un Paese così prospero, gli attuali guai se li stanno procurando da soli, avendo costruito nel tempo un’economia surriscaldata, nella quale la domanda eccede sistematicamente la capacità produttiva. Per l’intero scorso anno si sono voluti illudere che il fenomeno fosse solo transitorio. Il risultato è che, nel mese di marzo, l’inflazione americana è arrivata al 6,9%. Un’inflazione non originata principalmente dal prezzo dell’energia, come in Europa, ma, in modo determinante, dall’aumento del prezzo degli alimentari e della crescita dei salari. 

Naturalmente questa tardiva presa d’atto da parte della Riserva Federale del fenomeno inflazionistico obbliga ora a restrizioni monetarie e ad aumenti dei tassi che, se non guidati da mano saggia e prudente, possono portare alla nefasta convivenza di inflazione e stagnazione (stagflazione), fenomeno che fatalmente si estende alle altre aree del globo. Mi sono per ora limitato ad osservare, seppure in modo doverosamente sintetico, le divergenti conseguenze del Covid e della guerra sulle economie mondiali dominanti, ma bisogna purtroppo riconoscere che, come recita un antico proverbio bolognese, “tocca soprattutto alle persone scalze camminare sulle spine”. Ed è proprio il terzo mondo che a queste già terribili conseguenze della peste e della guerra aggiunge anche la fame, causata dal crollo delle importazioni di cereali e fertilizzanti dalla Russia e dall’Ucraina. 

Queste brevi riflessioni sul quadro economico mondiale, non sono in questo caso dedicate a prevedere quali saranno (o dovranno essere) le future decisioni per mettere in sesto l’economia mondiale. Mi limito solo a trarre da esse una breve considerazione e una semplice conclusione. La considerazione è che non si è svolta (e nemmeno è in programma) alcuna conferenza a livello internazionale per mettere attorno a un tavolo i principali responsabili delle grandi economie mondiali, col compito di affrontare questi problemi e cercare di alleviare almeno i danni nei confronti dei Paesi più poveri. 

Come conclusione debbo semplicemente mettere in rilievo che la Cina e gli Stati Uniti sono le due sole grandi potenze in grado di porre fine a questa drammatica guerra, ma sono anche i Paesi che meno soffrono delle conseguenze economiche di questo conflitto. Tutto questo rende certamente più difficile il loro compito, ma non può esimerli dall’esercitare il loro necessario dovere di costruire la pace. La leadership si conserva solo con l’esercizio della responsabilità. 

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