Romano Prodi
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Il ruolo della Cina/ Cosa lascerà questa guerra alle potenze occidentali

di Romano Prodi
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Domenica 17 Aprile 2022, 00:02

Ho molto sperato che, insieme alla Pasqua, arrivasse qualche concreta ipotesi di pace. Le prospettive di una fine del conflitto sembrano invece allontanarsi nel tempo, così come assai poco concreti appaiono i tentativi di mediazione. Se incerti sono gli esiti di questa assurda guerra, ne sono invece certe le conseguenze. Non solo le tragedie umane e materiali aumentano ogni giorno, ma l’invasione russa ha provocato una catena di odio che non avrà mai fine. Le conseguenze di questa guerra non avveleneranno solo i rapporti fra i due popoli direttamente implicati ma, in qualsiasi modo e in qualsiasi momento si porrà fine al conflitto, segneranno un cambiamento della politica mondiale e dei rapporti fra i popoli.
In primo luogo è entrata in crisi la politica ambientale, forse l’unico obiettivo che, pur con grandi difficoltà, sembrava trovare una risposta unitaria da parte di tutti i governi della terra.
Anche se l’aumento dei prezzi dei prodotti energetici era già cominciato prima dell’inizio del conflitto, la guerra in corso ha inviato il messaggio che la scarsità e l’insicurezza degli approvvigionamenti durerà a lungo e che, quindi, è necessario utilizzare ogni fonte energetica esistente, indipendentemente dalla sua violenza contro l’ambiente. Già oggi il consumo di carbone ha toccato livelli mai raggiunti in passato.


Tutto questo non solo mette a rischio la ripresa post Covid, sulla quale tanto facevamo conto, ma induce a radicali cambiamenti di politica. I governi europei corrono per il mondo alla ricerca di fornitori che sostituiscano la Russia e il presidente americano ha cancellato tutte le restrizioni che aveva con tanta enfasi imposto ai nuovi produttori di gas. E, per fare fronte al rincaro della benzina, ha tolto il divieto di importazione di petrolio dai Paesi precedentemente sotto sanzione (come il Venezuela) e ha perfino deciso di ritornare ad abbracciare l’Arabia Saudita, dopo le tensioni sul rispetto dei diritti umani che si erano prodotte nel recente passato. 
La paura di rimanere senza benzina e senza gas è più forte dei diritti umani o del perseguimento della neutralità energetica. 
Una seconda conseguenza di questa guerra è l’arrivo di un processo inflazionistico che non si vedeva da decenni. Tutto questo si accompagna, come ha dichiarato il Fondo Monetario Internazionale, al crollo del tasso di crescita di 143 nazioni, che costituiscono l’86% del Pil mondiale. Il tutto con particolari conseguenze negative nei confronti dei Paesi a più basso reddito, riguardo ai quali si avrà un aumento della povertà e una mancanza di cibo «che dureranno per lungo tempo». 
Vi è però un’altra conseguenza, ancora più globale, che potrà «durare a lungo»: una nuova profonda frattura nella politica mondiale.


Quando, due settimane fa, l’Assemblea delle Nazioni Unite è stata chiamata a votare sulla risoluzione di condanna dell’invasione russa, su 193 Paesi membri dell’Onu ben 141 hanno votato a favore, cinque sono stati i voti contrari e 35 i Paesi astenuti. Si tratta quindi di una indiscutibile grande vittoria della coalizione guidata dagli Stati Uniti e, in modo finalmente compatto, da tutti i membri dell’Unione Europea. Anche se i sistemi democratici hanno dimostrato questa grande capacità di attrazione, è tuttavia opportuno portare avanti qualche ulteriore riflessione. Lasciando per un attimo in disparte gli ovvi voti contrari (Russia, Bielorussia, Siria, Eritrea e Corea del Nord), dobbiamo infatti constatare che i 35 Paesi astenuti costituiscono l’assoluta maggioranza degli abitanti del globo. A Cina e India si sono infatti uniti il Pakistan, il Bangladesh e altri numerosi Stati asiatici e africani, a partire dall’Algeria e dal Congo. 
Nel caso della Cina l’astensione è del tutto naturale. Dato il rapporto di alleanza esistente con la Russia, ci si poteva anzi aspettare un voto contrario. L’astensione cinese non è però un gesto pilatesco, ma un’operazione per coagulare intorno a sé i Paesi che vogliono dimostrare il loro distacco dalle democrazie liberali e costituire un’alternativa per governare i futuri destini del nostro pianeta. 


Se non vogliamo lasciare solo alla Cina il ruolo di architetto del nuovo ordine mondiale, dobbiamo smettere di credere che questa guerra sia una questione solo occidentale.
Dobbiamo riconoscere che molti Paesi poveri ne pagano un prezzo altissimo e che il loro interesse contingente per la fine della guerra deve essere rafforzato facendo loro intravedere una prospettiva di governo globale in cui vi sia posto anche per loro. Dobbiamo uscire da questa tragedia riesaminando i nuovi equilibri che si stanno determinando nel mondo, rivedendo anche il ruolo e i meccanismi di funzionamento di alcune istituzioni che sono chiamate a dare un reale contributo a uno sviluppo maggiormente equilibrato, a partire dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Bisogna cioè fare in modo che le fette della torta siano distribuite in modo più equo e, soprattutto, che si creino percorsi autonomi di sviluppo in grado di innovare un sistema economico e politico che richiama in molti popoli il sapore del colonialismo.

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