Luca Ricolfi
Luca Ricolfi

Oltre il caso Roggero/ Le risposte mancate alla richiesta di sicurezza

di Luca Ricolfi
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Giovedì 7 Dicembre 2023, 23:59

Non molti giorni fa Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, è stato condannato a 17 anni di carcere per aver inseguito e ucciso due dei suoi tre rapitori (e ferito il terzo), nonché a risarcire i familiari dei rapinatori con una somma enorme (si parla di 500 mila euro), di gran lunga superiore a quelle normalmente previste per i parenti delle vittime di incidenti sul lavoro mortali.
Questo episodio, non certo il primo, ha riproposto i consueti posizionamenti. Da un lato la Lega di Salvini, che esprime “piena solidarietà” al gioielliere e fa intendere che le norme potrebbero essere di nuovo modificate per allargare l’area di non punibilità di chi uccide per legittima difesa. Dall’altro molteplici prese di posizione a difesa della sentenza, in nome del (sacrosanto) principio “non ci si può fare giustizia da sé”. In mezzo la saggezza di quanti osservano che la condanna del gioielliere è comprensibile e giustificata, ma sia l’entità della pena, sia quella del risarcimento, sono decisamente sproporzionate.
Fin qui è il solito copione, che lascia tutti sulle rispettive posizioni. Tuttavia, penso che il punto di vista più interessante non sia quello dei politici e dei magistrati, ma sia quello della gente comune, che nei labirinti della legge non ha né voglia né (spesso) la capacità di entrare, ma osserva i fatti. E vede un film che troppo raramente viene raccontato sui media. Il nucleo del film è riassumibile in due constatazioni: le norme proteggono troppo chi commette reati, e tutelano troppo poco i cittadini normali, che di quei reati sono vittime. E questo succede in decine di ambiti e situazioni. Ad esempio nell’occupazione delle case, dove la legge tutela l’occupante o l’inquilino moroso, anche se non paga l’affitto da anni. Nei furti e nei borseggi, dove è praticamente impossibile incarcerare i ladri di professione, per quante volte vengano sorpresi con le mani nel sacco. Nelle aggressioni e nelle risse, dove quasi mai ricorrono le condizioni per l’arresto e la detenzione. Nel traffico di stupefacenti, che può svolgersi senza intoppi in ampie aree delle grandi città, senza alcun rischio per gli spacciatori, e con gravi pericoli per chiunque si avventuri in quei territori.
La lista potrebbe allungarsi, ma provo a riassumere il concetto con un esempio concreto, recentissimo, tratto dalla cronaca locale. Pochi giorni fa, a Monasterolo di Cafasse (nell’area metropolitana di Torino), un giovane operaio 35enne si accorge che i ladri stanno cercando di entrare in casa sua, passando dal tetto. Per scoraggiarli spara alcuni colpi in aria, e riesce a metterli in fuga. A questo punto chiama i carabinieri per denunciare l’accaduto. I quali però denunciano lui per “esplosioni pericolose”, e gli sequestrano la pistola, regolarmente detenuta.
Che cosa accomuna tutti questi episodi? 
È semplice: l’inversione di ruoli fra vittime e aggressori. La legge non tutela le vittime quando sono cittadini comuni, e troppo spesso offre protezione, vie di fuga, scappatoie legali a chi viola la legge. Il cittadino si chiede: ma come è possibile che chi ha ragione debba subire, e chi ha torto possa perseverare nelle sue prepotenze? Come è possibile che a generare questo stato di cose non siano colpi di testa di singoli magistrati e poliziotti, ma sia la normale, corretta, regolare applicazione della legge? Perché dobbiamo vivere in questo “mondo al contrario”, per dirla con il fortunato titolo del libro del Generale Vannacci? (le cui discutibili posizioni, a mio parere, non avrebbero riscosso il consenso che hanno avuto se non avessero colto alla perfezione questo stato d’animo dell’opinione pubblica). 
Di qui la richiesta, che da sempre si sente ripetere da destra, di un giro di vite, e di pene sempre più severe. Una richiesta cui, giustamente, la sinistra (e la sociologia della devianza) obietta che inasprire le pene non serve quasi a nulla, e che il vero deterrente non è la severità della pena ma la probabilità di essere scoperti. Entrambe, però, non sembrano cogliere il punto, che invece i comuni cittadini colgono benissimo: a che serve scoprire i colpevoli, se poi non li si può mettere in condizione di non nuocere (tecnicamente: “incapacitazione”), anche quando sono recidivi o seriali? 
È questo, credo, che genera nella gente non solo vissuti di frustrazione e di impotenza, ma la sensazione di vivere in un mondo in cui l’ordine naturale delle cose è sovvertito, calpestato, irriso. Una sensazione cui né il cattivismo della destra, né il buonismo della sinistra sembrano attrezzati per fornire risposte soddisfacenti.
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