Romano Prodi
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Il caso Brexit/ La scommessa che Londra non accetta di aver perso

di Romano Prodi
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Domenica 9 Gennaio 2022, 00:02

Per anni si è litigato sulla Brexit e oggi non se ne parla quasi più: conviene quindi gettare uno sguardo sullo stato delle cose dopo dodici mesi dal divorzio. Nonostante i toni trionfali che Boris Johnson comprensibilmente conserva, i dati disponibili (anche quelli di fonte ufficiale) mostrano conseguenze negative sia riguardo all’andamento del reddito nazionale che del commercio estero britannico. La crescita economica è inferiore alle aspettative e le stesse fonti ufficiali prevedono che, nel medio periodo, la produttività del lavoro avrà un calo intorno al 4%, proprio per effetto dei minori legami che si potranno mantenere fra le imprese britanniche e quelle appartenenti all’Unione Europea.


Tutto questo è naturale e quasi ovvio, dati i nuovi gravosi adempimenti burocratici che ostacolano e rendono più caro il commercio fra Europa e Gran Bretagna. Adempimenti e rallentamenti che, insieme alla forzata defezione di molti autisti stranieri, hanno per qualche settimana provocato il vuoto negli scaffali dei supermercati di Londra. Questi eventi sono tuttavia da considerare eccezionali e temporanei, anche se hanno ricevuto una grande attenzione da parte dei media. Appare invece preoccupante il rallentamento del flusso di lavoratori specialisti dall’Europa nel settore sanitario, nell’industria alimentare e in molti laboratori di ricerca e studi professionali. 


Queste mancanze e i maggiori impedimenti burocratici costituiscono non solo un costo aggiuntivo permanente ma, soprattutto nel settore delle imprese minori, rendono più difficili i rapporti di integrazione e di fornitura veloce che sono fondamentali per la produttività del sistema. Per questo motivo tutto il mondo dell’economia chiede aiuti e rimborsi per compensare i costi aggiuntivi della Brexit. Almeno fino a questo momento non è quindi il continente ad essere isolato dalla Gran Bretagna, ma viceversa. Meno misurabili, ma già sensibili nelle loro conseguenze, sono i danni dell’uscita della Gran Bretagna dalla cooperazione scientifica europea, come il progetto Horizon, oltre alle perdite dovute alla diminuzione di centinaia di migliaia di studenti europei nei suoi corsi di lingua, nelle sue scuole e nelle sue università. A questo si aggiunge il danno per la cessazione del reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali, così come per i complicati e costosi controlli sanitari che non esistevano quando era in vigore l’unione doganale.


Restano inoltre aperti i conflitti sulla ridiscussione degli standard comuni che in precedenza erano in vigore in settori di importanza vitale come la chimica, la biologia o la sanità.
Ugualmente problematiche sono le evoluzioni del campo finanziario. L’assoluta leadership della piazza di Londra nel mercato europeo era lo strumento fondamentale per la primazia nel mondo. La reazione di Parigi, Amsterdam, Francoforte e Milano è stata ovviamente immediata. Mentre il 40% dei derivati europei era scambiato nella City, ora questa quota è scesa a meno del 10% e, ad oggi, più di ottomila addetti al settore finanziario si sono trasferiti da Londra nelle piazze continentali. Non si tratta di un esodo massiccio rispetto ai quasi duecentomila che operano nella City, ma è un processo in crescita, che è previsto aumentare con il progressivo rafforzamento dei mercati continentali. Da parte dei regolatori del mercato finanziario britannico si sta naturalmente preparando un’adeguata controffensiva, che si fonderebbe soprattutto su un rilassamento delle regole e delle procedure per tutti coloro che operano nella City. Tutto questo anche se la formazione di un grande mercato finanziario meno regolato (si parla allusivamente di una Singapore sul Tamigi) aprirebbe nuovi complicati problemi nei rapporti fra Gran Bretagna e Unione Europea.


Il sentimento britannico di fronte a tutti questi eventi, e soprattutto di fronte ai regolamenti doganali che riguardano l’Irlanda del Nord, è quindi complessivamente negativo: emerge soprattutto una crescente delusione per il mancato compimento delle promesse di Boris Johnson, che prospettavano un’immediata ripresa per effetto della cessazione dei vincoli imposti da Bruxelles. Tutto questo anche se il primo ministro britannico non ha esitato a prendere provvedimenti urgenti per porre rimedio ad alcuni tra i maggiori inconvenienti, aprendo l’immigrazione a tutti i potenziali lavoratori in possesso di un contratto di lavoro superiore a una somma equivalente a circa 30.000 euro lordi all’anno, in pratica a tutti i lavoratori provvisti di un minimo di qualifica. In poche parole Boris Johnson, di fronte allo stato di necessità, è disceso dal cavallo di battaglia usato per fare prevalere l’uscita dall’Unione Europea e ha depotenziato il dibattito sull’emigrazione.
Dopo tutte queste considerazioni si potrebbe pensare ad un generale ravvedimento dell’opinione pubblica britannica di fronte alla Brexit.

Al contrario non sembra che vi siano mutamenti sostanziali. Non ne sono personalmente sorpreso perché il vero fondamento della decisione di uscire dall’Unione Europea non era la prospettiva di un guadagno economico, ma la nostalgia di un grande passato. Una nostalgia che si riassumeva nella semplice frase che ”Londra non è stata mai comandata da nessuno e non può essere comandata da Bruxelles”. In fondo non si trattava di una motivazione sorprendente perché tutti gli imperi in decadenza governano guardando soprattutto nello specchietto retrovisore. Quando, fra vent’anni, lo specchietto si sarà appannato del tutto, la Gran Bretagna deciderà di guardare di nuovo avanti e lo farà, come suo solito, nel migliore dei modi e con la massima attenzione ai suoi interessi.

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