La resa di Trump/ Il sofferto voto americano e la ritrovata democrazia

Domenica 15 Novembre 2020 di

Penso da sempre che il lungo intervallo di tempo che intercorre fra le elezioni americane e l’entrata in carica del nuovo presidente sia una regola saggia. Gli oltre settanta giorni fra le due date sono infatti un intervallo prezioso per il necessario ma complesso scambio di informazioni e consigli fra la vecchia e la nuova amministrazione. Informazioni e consigli riguardanti i dossier di politica estera, le informazioni sulla sicurezza interna, il funzionamento dell’economia e i delicati problemi dei rapporti fra i diversi apparati dello Stato. 

Può anche darsi che questa mia convinzione derivi dall’opposta esperienza dell’Italia, dove il dialogo fra il Presidente del Consiglio che esce e quello che entra si riduce a poche battute e allo scambio di un campanello, mentre, nel frattempo, l’occupazione delle scrivanie da parte dei funzionari che subentrano, spesso in gara fra loro, avviene con la velocità di una guerra lampo.


Tuttavia quello che sta in questi giorni accadendo negli Stati Uniti riesce a sommare tutti i possibili svantaggi dei due sistemi. Non solo Trump non ha ancora ammesso la propria sconfitta, non solo impedisce alla squadra di Biden di avere accesso alle informazioni necessarie per la futura attività di governo ma, con un comportamento senza precedenti, ha proceduto a importanti e improvvise destituzioni nei vertici delle amministrazioni e del governo, nominando in ruoli delicati, come la difesa e la politica estera, suoi fedelissimi esecutori in sostituzione di coloro che avevano esercitato questo compito fino al giorno delle elezioni.

Il passaggio dei poteri è reso il più difficile possibile proprio nel Paese nel quale il cambio di governo comporta di per se stesso una rivoluzione nell’intera amministrazione, rivoluzione battezzata con la ben nota definizione di “spoil system”. Come si legge nel documento redatto dal Centro per la Transizione, “il Presidente americano, solo per le necessità più urgenti, deve reclutare 4.000 funzionari di nomina politica, preparare un bilancio pari a 4.700 miliardi di dollari e procedere alla scelta di coloro che debbono gestire due milioni di dipendenti civili ed altri due milioni fra militari attivi e riservisti”.


Tutto questo gigantesco lavoro non solo viene sistematicamente ritardato, ma attivamente ostacolato da un Presidente che non se ne vuole andare anche dopo che i dati sulla sua sconfitta sono ormai inconfutabili.
Nonostante tutto questo, ritengo che i peggiori pericoli paventati per la democrazia americana siano alle spalle. 


In primo luogo il proseguire degli spogli elettorali ha dimostrato che non solo vi è un distacco di oltre cinque milioni nel voto popolare, ma la distanza del numero di delegati favorevoli a Biden, rispetto a quelli che sostengono Trump, è ormai tale che nessuno pensa che una qualsiasi ripetizione dei conteggi possa cambiare le cose.
In secondo luogo molti fedeli sostenitori e collaboratori del presidente uscente, tra i quali anche esponenti di spicco del partito repubblicano, ammettono pubblicamente la sconfitta. Non sono felici, ma dichiarano di accettare l’inevitabile.
Appare inoltre evidente che, nonostante le manifestazioni pubbliche a favore di Trump dimostrino che il Presidente uscente rimane il riferimento di una notevole parte del popolo americano, gli episodi di diffusa ribellione, che molti ritenevano probabili, non sono accaduti e non accadranno. 


Nonostante le affermazioni contenute nei suoi incredibili tweet, il Presidente uscente non è più in grado di mantenere il potere. Trump può solo preparare il proprio eventuale ritorno in politica e difendere se stesso dalle accuse che gli pioveranno addosso non appena avrà abbandonato la Casa Bianca.
A distanza di oltre dieci giorni dal confronto elettorale dobbiamo quindi ammettere che la transizione è stata fino ad ora gestita nel peggiore dei modi possibili, ma dobbiamo anche constatare che, fortunatamente, la democrazia americana si dimostra capace di resistere anche di fronte alle circostanze più imprevedibili.


Questi eventi di oltre Atlantico stanno naturalmente portando conseguenze di grande portata anche in Europa con l’indebolimento dei partiti e dei movimenti populisti e anti-europei. Polonia e Ungheria continuano a sostenere Trump, ma il loro potere di interdizione nel Consiglio Europeo si è fortemente indebolito. Orban rivolge a Biden la bizzarra accusa di “imperialismo morale” ma si tratta di un’accusa non certamente efficace di fronte allo schieramento di tutti gli altri Paesi europei. In fondo il vero leader del populismo europeo era Trump e la sua rielezione era indispensabile per conservarne la forza.
Per quanto riguarda casa nostra gli eventi americani hanno già provocato reazioni contrastanti soprattutto all’interno della Lega, dove Salvini si è limitato a togliere la mascherina su cui era stampato il nome di Trump, ma non ha preso atto del cambiamento, mentre Giorgetti ha saggiamente concluso che l’Italia non può vivere separata dal resto dell’Europa e dagli Stati Uniti.


Si può quindi, a questo punto, concludere che, dopo anni di arretramento, la democrazia, almeno nelle ultime due settimane, sta lanciando il segnale di potersi riprendere su entrambe le sponde dell’Atlantico. 
 

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