Francesco Grillo
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L'analisi/ Biden, le ferite di New York e il mondo globale

di Francesco Grillo
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Mercoledì 29 Novembre 2023, 00:04

New York è la città con più personalità. Anche chi venisse per la prima volta, non può non avere la sensazione di esserci stato per sempre. Di averla vissuta con gli occhi miopi di Woody Allen mentre cercava di ritrovarsi in una delle sue divertenti crisi di identità. Gli occhi atterriti dei suoi abitanti che dopo essersi stretti attorno a decine di super eroi per salvarsi da ogni genere di mostro, si ritrovarono da soli ad assistere attoniti allo sgretolamento delle torri – il “centro del commercio mondiale” – che di questa città erano il simbolo. Oltre ad essere il simbolo di un secolo intero. Nessuna città come New York o come Los Angeles – dove molti di quei film sono stati immaginati – contiene così tanti dei simboli che fanno la storia recente del mondo. E, tuttavia, queste due città raccontano anche quanto siano profonde le ferite che il Paese più importante del mondo deve curare. E quanto siano giuste le parole recentemente spese da Joe Biden, quando si è augurato che il mondo non abbia più bisogno di un unico cowboy, perché anche l’America non riesce più, da sola, a farsene carico. 
Il mondo è grande abbastanza per due superpotenze in competizione, hanno riconosciuto il Presidente degli Stati Uniti e il segretario generale del Partito comunista cinese incontrandosi in California. Ed è sicuramente troppo grande per una sola superpotenza. Ciò è dimostrato plasticamente dai numeri. Secondo Sipri, il più prestigioso dei Think Tank dedicati allo studio delle politiche di sicurezza, gli Stati Uniti hanno speso lo scorso anno 877 miliardi di dollari in difesa e a questa somma vanno aggiunti almeno altri 200 miliardi spesi per pensioni e disabilità dei veterani dell’esercito. È una cifra di poco inferiore della spesa militare di tutti gli altri Paesi messi insieme (1,2 trilioni di dollari) ed è superiore a quanto gli Usa riescono a spendere per i propri 51 milioni di studenti. Il costo di essere l’unica superpotenza si paga perché le risorse necessarie per presidiare tutte le crisi sono sottratte alla produzione di altri investimenti in futuro. Ma è nella qualità dell’infrastruttura pubblica che si leggono più evidenti i segni della stanchezza. Ad un party qualche sera fa a Manhattan, banchieri e collezionisti d’arte esageravano di non poter più usare strade se non con fuoristrada. E, tuttavia, è vero che a pochi metri dalle luci sfavillanti di Times Square ci sono strade ingoiate dal buio. E tra cortocircuiti continui tra segni di potenza e povertà, a Los Angeles - accanto al viale che si arrampica tra le ville di Hollywood, - vivono migliaia accampati migliaia di senza tetto. A New York, il ponte più famoso del mondo divide il quartiere di Tribeca dove la speranza di vita media è la più alta del mondo (superiore alla media giapponese) da quello di Bedford, dove – secondo i dati di NY Health Foundation – un residente vive mediamente dieci anni di meno (meno che in Algeria). Ed è il confronto tra le grandi città americane e quelle cinesi, a diventare evitabile per chi dovesse attraversarle a distanza di qualche mese. Shanghai e Pechino sono state trasformate da metropolitane che, in entrambe, superano gli 800 chilometri. Nella città più grande dello Stato – la California – che più sta investendo in sostenibilità, la metro misura 30 km e pochissimi riescono a sopravvivere senza usare l’automobile per spostarsi da una metropoli senza centro verso la spiaggia di Santa Monica. È, indubbiamente una sfida enorme quella di governare città così complesse. Resa ancora più grande da un’ospitalità – New York accoglie chiunque chieda asilo a prescindere dalla sua provenienza – che hanno reso questi luoghi così creativi. Il comune di New York – come fa notare in un bel libro, l’economista Gianluca Galletto che vi ha lavorato affiancando il Sindaco De Blasio – ospita un terzo della popolazione in alloggi popolari e in case con il fitto bloccato. E, tuttavia, l’impero soffre proprio la fatica di essere tale. 
A proposito di imperi, c’è ormai una letteratura abbondante che prova a tracciare paragoni quello americano e quello romano. E che spesso dimostra una scarsa conoscenza da parte degli autori della storia dell’impero che riuscì a sopravvivere per mille anni alla sua fine. C’è, tuttavia, un’indicazione importante che arriva da quel confronto improbabile: il declino di un impero comincia quando il beneficio di esserne al centro, viene superato dal costo di proteggerne le periferie. 
Quel momento fu superato vent’anni fa.

Quando il mostro peggiore colpì la città più bella al cuore e gli americani lo inseguirono affondando in due guerre senza fine. Il saggio Biden sa che anche le superpotenze hanno il diritto di fermarsi a curare le proprie ferite e che lui ha il dovere di provare a vincere le prossime elezioni. 


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