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Alessandro Campi
Alessandro Campi

Il rifiuto del voto/ L'astensione che consegna la democrazia alle minoranze

di Alessandro Campi
6 Minuti di Lettura
Martedì 14 Giugno 2022, 00:12

A sentire certi commenti sulle amministrative di domenica scorsa, l’Italia sembrerebbe un gigantesco laboratorio politologico. Ogni città, se leggi i dati con attenzione, ti dice quel che potrebbe accadere alle politiche del prossimo anno: alleanze, tendenze di voto, caratteristiche dei candidati vincenti, ecc.
C’è dunque il laboratorio veronese, dove la destra si è divisa in due e rischia così di far vincere gli avversari al ballottaggio. C’è quello parmense, dove il Pd si è alleato, invece che col M5S come in altre realtà, col nemico giurato di questi ultimi: quel Pizzarotti che fu la loro prima vittima sacrificale. C’è poi quello aquilano, dove è stata la sinistra a dividersi e a regalare una facile vittoria al primo cittadino uscente.

Ma non basta. Nel laboratorio catanzarese il centrodestra s’è diviso in tre liste e quello arrivato primo come candidato dell’area in realtà è uno che viene da sinistra. In quello palermitano, dopo l’epopea di Orlando, ha vinto il centrodestra senza nemmeno andare al ballottaggio visto che da queste parti il ballottaggio nemmeno è previsto. Infine, nel laboratorio genovese ha vinto il sindaco uscente, ma non perché sia di centrodestra, ma perché è stato l’uomo della ricostruzione del Ponte Morandi, apprezzatissimo trasversalmente come dimostrato dal successo della sua lista personale.

La morale è che in questo turno amministrativo, come accade sempre più spesso da quando i partiti storici si sono spappolati ed è emersa la moda del civismo, ogni territorio va per conto suo. Dunque non esiste alcun laboratorio. Ogni candidato vince o perde per ragioni che sono peculiari e non ripetibili. Mettiamoci poi la presenza massiccia, un po’ ovunque, di liste civiche, civetta, personali o d’appoggio, con centinaia di candidati chiamati a fare da portatori d’acqua alle urne. Ne risulta una dispersone di voti a danno dei partiti nazionali e una confusione nel mettere ogni sigla o simbolo della casella giusta (destra, sinistra, centro, chi può dirlo?), che rende ancora più difficile trarre da questa tornata una qualche lezione generale.

Se non una, che comunque ha la sua importanza. Chi più aggrega più vince. Vale in particolare per il centrodestra, in lite interna da mesi, con Salvini e la Meloni ai ferri corti a dispetto degli abbracci in pubblico degli ultimi giorni, ma che appunto risulta forte e competitivo quanto più rimane unito. Vale per il centrosinistra, che non a caso si è inventato per sé la formula del “campo largo” e dove l’ha applicata bene è riuscito a vincere (vedi Padova, Lodi e Taranto). Ma vale al dunque anche per la galassia centrista, che su piazze importanti come Palermo, l’Aquila e Parma ha dimostrato di poter essere, grazie al traino di Calenda e della sua Azione, una “terza forza” potenziale.

Naturalmente il dato completo e analitico dei voti, città per città, partito per partito, qualcosa potrà dire sul futuro che ci aspetta. Ad esempio, il sorpasso che sembra essersi realizzato di Fratelli d’Italia sulla Lega (la quale perde posizioni a danno del nemico-alleato persino nella sua storica roccaforte lombarda) difficilmente potrà restare senza conseguenze. Ma attenzione ad aspettarsi chissà cosa. Contro Salvini c’è fronda nel suo partito, ma difficile immaginare – al momento – una qualche drammatica resa dei conti: semmai si tenterà d’imbrigliarlo e di convincerlo a comportamenti più lineari e coerenti. Il suo eccesso di movimentismo è in effetti diventato un problema per la stessa Lega: un tempo spiazzava, divertiva e fruttava, oggi fa perdere voti in quanto sinonimo di inaffidabilità e confusionismo politico.

Insomma, per le politiche, per la partita nazionale del 2023, i giochi sono tutti ancora da fare, tenuto conto dei programmi tra partiti e nei partiti ancora da costruire, della legge elettorale con la quale si voterà e del clima generale nel quale si svolgeranno. Tra un anno potremmo stare meglio (senza pandemia, senza guerra), ma potremmo anche stare assai peggio (soprattutto sul lato economico). Troppe incognite per fare previsioni serie.
Il dato certo di questo voto, sul quale invece qualcosa di generale e certo si può dire, è il non voto. L’astensionismo è stato alto per le amministrative, altissimo per il referendum. Un flop, quest’ultimo, voluto, annunciato e soprattutto facilmente prevedibile. Lo strumento in sé ha una sua logica ineluttabile: sì o no. Funziona dunque quando la posta in gioco è netta e chiara e gli elettori sanno su cosa si stanno dividendo. Ma non è stato questo il caso. Mettiamoci anche il silenzio generalizzato dei media e il fatto che Salvini nei panni del garantista non è che sia parso tanto credibile: con queste premesse cosa ci si aspettava?

In compenso, quelli che hanno votato – una minoranza esigua ma democraticamente encomiabile – lo hanno fatto con cognizione e convinzione, come dimostra che due quesiti abbiamo riportato esiti piuttosto diversi dagli altri tre. Una minoranza informata di italiani ha dunque preso posizione aperta, una minoranza anch’essa informata si è volutamente sottratta al voto (anche questa è una scelta), una larghissima maggioranza dei quesiti invece non ne sapeva nulla, ovvero li ha trovati troppo tecnici e lontani dai propri interessi vitali.
Sempre a proposito di astensionismo, inutile dare la colpa al caldo. Anche lo scorso autunno, sempre alle amministrative, votarono pochi italiani. E’ un trend che viene da lontano, europeo e non solo italiano (come dimostra il caso francese). Forse dovremo rivedere la nostra idea di democrazia come masse che si mobilitano intorno a grandi passioni: questo accadeva nel dopoguerra, una stagione d’entusiasmo collettivo che probabilmente è finita per sempre. Oggi gli elettori, non più imbrigliati dai partiti e dalle ideologie, sono diventati più mobili e fluttuanti. Più disincantati. Più liberi, anche di non votare. E comunque non votare è una scelta, che ha una sua razionalità. L’offerta politica è oggettivamente più modesta rispetto al passato, la volontà popolare viene sempre più disattesa da chi governa, coloro che in politica decidono non sono quelli che vengono eletti, perché mai scomodarsi a uscire di casa?

Ma così, attenzione, la democrazia si ammala e muore, ovvero diventa, da regime della maggioranza, regime delle minoranze organizzate. Servono dunque correttivi e integrativi ai canali abituali di partecipazione, e modalità di voto che non siano solo il recarsi alle urne la domenica (magari col rischio di trovarle chiuse, come nel caso vergognoso di Palermo). Voto postale, voto elettronico, le soluzioni ci sono. Anche se la ricetta principe, per invogliare i cittadini a esprimersi e partecipare, rimane sempre la stessa: una politica e politici che diano almeno l’impressione di essere al loro servizio.

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