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Angelo De Mattia

Giudizi dibattuti/ Le regole che mancano per le agenzie di rating

di Angelo De Mattia
4 Minuti di Lettura
Giovedì 11 Agosto 2022, 00:11

La decisione di Moody’s, che a suo tempo attribuì ai Btp un rating non lontano dal livello di “spazzatura”, di tagliare l’outlook del nostro Paese portandolo da “stabile” a “negativo”, ha suscitato la fondata reazione del Tesoro. Via XX Settembre ritiene il giudizio opinabile, che non valuta la crescita del Pil dello scorso anno e quella acquisita per il 2022, vale a dire il 3,4%, e che considera quasi anomalo il ricorso alle elezioni anticipate, che invece è un evento fisiologico della democrazia. 

Si può dire che siamo alle solite, con l’aggravante, in questo caso, della dura reazione del Tesoro. Tuttavia, a differenza di ciò che accade ogni volta in cui una delle tre principali agenzie di rating emette una decisione a fronte della quale ci si divide in sede politica tra chi contrasta il giudizio e chi, invece, lo usa contro l’avversario politico, questa volta la posizione del Tesoro non ha trovato oppositori, probabilmente per la comune responsabilità nel governo, per la competizione elettorale in corso non favorevole a divisioni nei confronti di organismi esteri, ma anche per l’insostenibilità della valutazione di Moody’s. 

Il Tesoro ha avuto, insomma, facile replica. Ebbene, quasi sempre in questi casi si solleva il problema della necessità di un’adeguata regolamentazione di queste società, non essendo sufficienti le limitate, disorganiche innovazioni apportate non molto tempo fa. Poi, però, passato l’effetto annuncio ci si dimentica del problema e l’auspicata disciplina passa nel dimenticatoio. Pronti, però, a riproporre l’esigenza riformatrice alla successiva occasione che, però, come la precedente, resta senza seguito.

Invece, dato il ruolo che queste società svolgono, nonché gli impatti che possono essere causati nella stessa vita di un Paese, correttezza, trasparenza e diligenza andrebbero assicurate con una precisa disciplina che riguardi la formazione della governance, i requisiti dei componenti e i vincoli, i potenziali conflitti di interesse e le incompatibilità, la struttura dei procedimenti con i quali si giunge alla decisione, le persone e le società consultate ai fini del rating, i testi scritti analizzati, i ragionamenti analitici svolti. 

Un organo pubblico potrebbe controllare non il merito delle decisioni, ma l’ottemperanza alle norme in questione. Ciò avviene per gli intermediari bancari, finanziari, assicurativi, per cui non si capisce perché non potrebbe essere introdotto, in modo molto più circoscritto, per le agenzie in questione. E poi, come si regolerebbero gli eventuali casi di mala gestio? Senza minimamente interferire nel merito occorre, tuttavia, un bilanciamento del potere di queste società con dei contrappesi tutti riconducibili all’esigenza di accountability sul loro operato. 

Non serve pensare, come qualche tempo fa si progettava, di istituire un’agenzia pubblica del rating a livello europeo. Nascerebbe con il sospetto di un preventivo addomesticamento. Altra cosa sarebbe, invece, stimolare la nascita di una pluralità di società della specie nel cui novero potrebbero esservi pure agenzie a partecipazione pubblica, ma ciò sempre una volta introdotta una regolamentazione adeguata. 
Sarebbe compito delle istituzioni dell’Unione Europea realizzare una tale disciplina, in mancanza della quale determinate regole potrebbero essere varate in Italia, pur nella consapevolezza dei limiti dell’ambito applicativo. Finora non sono mancati casi di contestazioni dell’operato delle agenzie di rating anche in sede giudiziaria. A volte, però, l’esagerazione nelle contestazioni non adeguatamente sviluppate ha finito paradossalmente con il favorire la loro posizione. 

Occorrono equilibrio e fermezza nelle reazioni. Ora che ci si avvia, con la competizione elettorale, alla formazione delle nuove Camere e del nuovo governo, sarebbe importante inserire una riforma del tipo indicato nei programmi delle diverse forze politiche. Lo merita l’argomento. In più, farlo ora significa non fare apparire la proposta di regolamentazione (in sede europea e nazionale) come una mera reazione a un giudizio non condiviso.

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