Paolo Graldi
Paolo Graldi

11 settembre, la reazione/La grande paura che ha reso più forti tutti noi

11 settembre, la reazione/La grande paura che ha reso più forti tutti noi
di Paolo Graldi
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Sabato 11 Settembre 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 00:38

La ferita dell’11 settembre 2001 è ancora aperta. Sanguina di ricordi e di dolori. La via crucis dei testimoni di quei giorni ci richiama al dovere della cruda realtà. Ci tiene ancorati, attraverso continui e angosciosi aggiornamenti, alla cancrena del terrorismo.

La pace, un po’ ovunque, è minacciata e calpestata. Vilipesa. E tuttavia la cronaca e la storia delle Torri Gemelle, continuano a insegnarci ciò che, per natura, dobbiamo fare con fatica: proteggerci.


L’atto di guerra della pattuglia dei terroristi di Osama Bin Laden a New York e a Washington colpendo gli Stati Uniti nel cuore ha beffato controlli, filtri, indagini, scenari. I gioielli dell’investigazione americana, Fbi e Cia, si sono sbriciolati insieme alla loro fama di invincibilità mentre le ricostruzioni del dopo apocalisse hanno mostrato l’esigenza di un cambio di passo, di mentalità, di metodi. I controlli negli aeroporti, proprio per prevenire l’azione di kamikaze mischiati tra la folla degli altri passeggeri, hanno rivoluzionato le modalità di imbarco: i bagagli scandagliati con metal detector via via più potenti, i computer analizzati al loro interno, i passeggeri obbligati a ispezioni corporali più ravvicinate e con forti limitazioni sugli oggetti consentiti a bordo. Lontani i bei tempi del biglietto comprato al volo per un volo stile navetta da una città all’altra, quasi senza formalità, tempi morti ridottissimi, file improbabili, tutto facile, semplice, smart. Bisognava anche convincere la solita quota di piantagrane della utilità pratica di quella stretta nei controlli: c’era sempre chi lamentava l’inefficacia di filtri di massa argomentando che un terrorista determinato nel suo progetto suicida avrebbe comunque trovato il modo per farsi esplodere insieme con l’aereo e chi c’era sopra. Negli anni i “signor no” sono diminuiti di molto, sono divenuti una frangia esigua, fastidiosa ma sopportabile. L’idea di proteggere sé stessi e con questo proteggere gli altri e viceversa, è ormai universalmente accettata.


Gli atti di terrorismo suicida, gli assalti armati in Francia che ricordiamo con la strage del Bataclan e la carneficina nella redazione del settimanale satirico Charlie Hedbo hanno imposto comportamenti avvertiti, considerando la possibilità di blitz sanguinari sempre possibile e dunque da non sottovalutare mai. Oggi la pratica dei controlli è consuetudine accettata, consapevole, mirata a produrre una deterrenza orizzontale. Certo, non totale e tuttavia utile a creare un clima dove i filtri servono a scoraggiare progetti di agguati. Tutto ciò costa anche in termini di bilancio, di impiego di mezzi e di uomini, ma è utile. Tutto ciò pesa nelle dinamiche e nei movimenti dei cittadini, ma produce sicurezza.

Se osserviamo, o più facilmente abbiamo vissuto, il momento del controllo passeggeri in un qualsiasi aeroporto constateremmo che tutto si svolge con la massima naturalezza e partecipazione, attraverso gesti automatici, rapidi: niente oggetti metallici, orologi, catenine, braccialetti, via le tessere con strisce magnetiche, pc aperti, vietati i liquidi sopra i cento centilitri. Acqua minerale compresa. E via elencando. Insomma, la sicurezza imposta dalla legge e dalla prevenzione è divenuta cultura diffusa della sicurezza. Quel che ci ha insegnato il dopo 11 Settembre ce lo ritroviamo come patrimonio di gesti e comportamenti consapevoli dei rischi e dei pericoli e di come fronteggiarli efficacemente.


Due momenti distanti fra loro con un filo rosso, la sicurezza, che li tiene uniti e ne costituisce un elemento di convivenza civile accettata ed utilizzata. La pandemia, il dispiegarsi delle misure anti-Covid 19 si è avvantaggiata di questa mentalità diffusa, quasi predisposta. “Non siamo né invincibili, né invulnerabili”, ha scritto sabato scorso Vittorio Emanuele Parsi su queste colonne in un’analisi preziosa e lucidissima. “Dobbiamo affidarci all’autorità dello Stato e ad accettare consistenti limitazioni alla nostra libertà personale nel nome della nostra sicurezza…”. Ecco, che il senso della protezione individuale, in questo caso attraverso i vaccini, si coniuga con la protezione collettiva. I due termini sono complementari, si uniscono, si sommano, costruiscono messi insieme una corazza universale che vale per uno e, nello stesso momento, vale per tutti.

Mascherine utilizzate praticamente ovunque, distanza di sicurezza tenuta dove si può e attenzione a dove non c’è, igiene delle mani: il mantra della profilassi per tenere a bada il Covid anche con il vaccino che dispiega i suoi benefici effetti ha ancora bisogno di sacerdoti e di ripetitori e tuttavia è entrato in profondità come consuetudine nella convivenza della maggior parte degli italiani. C’è voluto del tempo, questo sì e altro ne occorrerà per rendere naturale, automatico quell’insieme di comportamenti che rappresentiamo con l’immagine di uno scudo totale e permanente.

Era nel conto che imposizioni di comportamento trovassero terreni poco fertili per avanzare.
Le restanti sacche negazioniste, ribelli al vaccino per piacere, per moda e per natura contrastiva si assottiglieranno fino a diventare insignificanti come ci ha mostrato la lezione dell’11 settembre . Gli indecisi andranno convinti sperabilmente con gli argomenti della scienza, e per gli altri il governo sembra deciso, a piccoli ma sicuri passi, all’obbligo vaccinale. Su questo, per fortuna, il presidente Mattarella domenica scorsa ha detto parole definitive. La libertà, insomma, ha un costo, è come una tassa indispensabile da pagare: ce la toglie chi non si vaccina e rischia di portare in giro un virus che è anche mortale. La lezione dall’11 settembre che arriva fino ad oggi porta con sé l’argomento più forte. Più forte di questo davvero non c’è.

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