Verso il Recovery/ La via stretta per la crescita e la lentezza dell’esecutivo

Lunedì 5 Ottobre 2020 di
Con la redazione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) si apre la stagione di bilancio più cruciale degli ultimi trent’anni. Così insignificanti e così lontane appaiono le scaramucce tra l’Italia e la Commissione europea che caratterizzavano questi mesi nel passato. Quello che prima era un “sentiero stretto”, per usare la felice espressione dell’ex ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, ora è diventato un’autostrada a quattro corsie. Nessuna preoccupazione circa i livelli di debito pubblico, schizzato quest’anno dal 130% al 158% e che tornerà ai livelli pre-covid solo nel 2030; nessuna tensione sul deficit, a doppia cifra quest’anno ma ancora al 7% nel 2021, al 4,7% nel 2022 e al 3% nel 2023 (tutti valori superiori a quelli indicato dal Patto di stabilità, per ora sospeso fino a tutto il 2021); e, infine, una stima di crescita dell’economia che ricorda gli anni del boom economico, un 6%, ci si augura non troppo ottimistico, nel 2021, che poi scenderà al 3,8% nel 2022 e al 2,5% nel 2023.

Queste le stime ufficiali contenute proprio nella Nadef. Ma proprio qui cominciano i problemi e le perplessità. Se è doveroso e necessario attendersi un ritorno graduale e senza fretta dei fondamentali di finanza pubblica verso i livelli pre-covid, altrettanto non si può desiderare per la crescita economica. 

Una crescita poco sopra il 2% fra tre anni, quando il potenziale di fuoco dei fondi europei destinati all’Italia dovrebbe cominciare a dare i suoi frutti, sembra davvero poca cosa. Così come l’impatto diretto sulla crescita stessa del Recovery Fund, stimato dal ministro Gualtieri tra lo 0,5% e l’1% del prodotto interno lordo. A cosa saranno servite le emergenze sanitarie ed economiche attuali, lo sforzo politico delle cancellerie europee, gli innumerevoli appelli alle riforme strutturali se i tassi di crescita del Paese saranno simili - se non inferiori - a quelli che gli altri Paesi europei si potevano permettere fino all’anno scorso? 

Il rimbalzo dell’anno prossimo sarà più tecnico che sostanziale. Ciò che dovrebbe preoccupare di più il legislatore è la prospettiva di crescita nel medio e lungo periodo. Anche perché, e lo ha ricordato bene anche Banca d’Italia, alla fine della tempesta rimarranno comunque dei debiti da ripagare. E sarà possibile farlo solo preparando il sistema economico a crescere a sufficienza. Senza peraltro dimenticare due dettagli. Il primo. Ancora poche settimane fa, l’Ocse comunicava le sue stime di crescita sotto diversi scenari di pericolosità e diffusione del coronavirus. Al momento è quindi solo una scommessa ottimistica quella per cui il peggio è passato e il 2021 sarà l’anno della crescita. Il buon padre di famiglia deve certo infondere speranza. Ma anche essere pronto al peggio. Il nostro Paese sta facendo di tutto per prepararsi a una eventuale seconda ondata di contagi che richiedono ospedalizzazione dei malati? È inutile nascondersi dietro a formule diplomatiche: la risposta è negativa; e rinunciare alle risorse aggiuntive del Mes è una scelta criminale, almeno dal punto di vista economico: è priva di ogni razionalità finanziaria la decisione di finanziarsi a tassi positivi – con titoli di debito ordinari - rispetto a finanziarsi a un tasso nullo se non addirittura negativo - quello del Mes. Un mix di sovranismo e ignoranza finanziaria che questo Paese non si merita affatto, figlio di una politica abituata a pensare e a propagandare che esistano “pasti gratis”.

Ma la realtà è ben altra. E cioè che ogni scelta finanziaria sbagliata, ogni inutile assunzione, ogni prebenda elettorale si trasformano ogni anno in maggiori imposte pagate dagli italiani: questi errori sono veri e propri furti se compiuti volontariamente. E anche se non sono compiuti volontariamente dimostrano l’inadeguatezza della nostra classe politica, evidentemente incapace di progetti a largo raggio e di empatia con i cittadini. E qui veniamo anche al secondo dettaglio. La decisione sul Recovery Fund, che sembrava ormai cosa fatta lo scorso luglio, sta procedendo al Parlamento europeo molto più lentamente del previsto, per l’opposizione tanto dei Paesi più attenti alla disciplina di bilancio (i cosiddetti falchi o frugali) quanto per la resistenza di Paesi più sovranisti che vorrebbero risorse senza alcun tipo di ingerenza europea. Si tratta, per entrambi i fronti, di posizioni strumentali e in questo momento non giustificabili. Ma che trovano terreno fertile per alimentarsi anche nella lentezza e ambiguità con cui un Paese come l’Italia sta sviluppando il proprio progetto nazionale di ripresa e resilienza.

È prevedibile che alla fine anche queste resistenze verranno superate. Ma tutto ciò deve ricordare al nostro Paese che la chiave del futuro è nelle nostre stesse mani. E che l’autostrada a quattro corsie potrebbe velocemente ritramutarsi in un sentiero stretto. Se non addirittura in un vicolo cieco.
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