Oltre il caso Tridico/ Le dirigenze che mancano per il piano di ripartenza

Mercoledì 30 Settembre 2020 di
Qual è lo stipendio giusto di un dirigente di un ente o di un’amministrazione pubblica? E quanto dovrebbe pagare lo Stato il talento di cui ha bisogno per non farsi sfuggire di mano l’occasione di riprendere in corsa il treno (l’ultimo) di sviluppo che l’Unione Europea vuol vedere partire agli inizi del prossimo anno? 
La polemica sullo stipendio del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, fornisce la possibilità di affrontare senza retorica una questione che è fondamentale se di retorica non vogliamo morire: quella della pubblica amministrazione e della sua dirigenza che – giustamente – è da sempre considerata la “madre di tutte le riforme”, la condizione abilitante per un vero progetto di cambiamento del Paese.

Nella vicenda che ha coinvolto il professor Tridico, sembrano infatti emergere dal fumo delle smentite e dalle interrogazioni parlamentari tre fatti. Ed essi appaiono, assolutamente, indicativi di un problema più generale. 
Innanzitutto, va riconosciuto che la fissazione – rigida – della remunerazione dei dirigenti dello Stato astrae, quasi sempre, da una qualsiasi considerazione della responsabilità assunta. Il presidente dell’Inps percepisce uno stipendio (raddoppiato la scorsa settimana rispetto a quello attribuito al momento della nomina) di 150.000 euro lordi.

La vice presidente dell’Istituto riceve invece un compenso di 40.000 euro, e però il suo incarico diventa gratuito in quanto risulta già in pensione. Stiamo parlando, insomma, dell’ennesima pretesa di andare a fare una vera e propria guerra (di trasformazione tecnologica dell’ente attraverso il quale passa un terzo della spesa pubblica) armati di un temperino che mette a rischio la stessa credibilità di certe istituzioni. 

L’Inps ha come “clienti” 25 milioni di lavoratori che pagano contributi e 16 milioni di pensionati che ricevono assegni: sono numeri da far tremare i polsi, la cui gestione comporta responsabilità tutt’altro che ordinarie. Ma c’è un ma. Il caso Inps dice chiaramente di un’ente e di una dirigenza di cui si fatica a capire quali siano esattamente gli obiettivi: quelli da conseguire anno per anno. L’ultimo Piano industriale dell’Istituto, quello che indica i traguardi da conseguire in un triennio, risale al periodo del 2014–2016. E a confondere le idee sulla natura stessa dell’Istituto, contribuiscono la stessa struttura del bilancio: pochissimi lo sanno ma nel conto economico dell’Inps transitano circa 350 miliardi di costi (gli assegni previdenziali) e poco meno di ricavi (da contributi). Ciò rende quasi impossibile (a differenza di cosa succede per la stessa Agenzia per le Entrate che è responsabile solo dei ricavi per riscossione e delle spese sostenute per realizzarle) isolare la responsabilità industriale dei vertici dell’azienda da fenomeni – leggi e demografia – che ne dovrebbero solo fare da contesto.

Se però è così emerge anche un terzo elemento, e cioè che un professore come Tridico (così come il suo predecessore Tito Boeri) è – non per sua colpa ma di chi nomina i vertici degli enti pubblici – la persona sbagliata nel peggiore momento possibile. Anche se il legislatore ed il governo non lo chiarisce, agenzie come l’Inps (così come molte altre pubbliche amministrazioni) dovrebbero avere come propria missione quella di trasformarsi in un’azienda di servizi con un fortissimo contenuto tecnologico, quello necessario per gestire 41 milioni di posizioni senza fare errori e fornendo interfacce (e consulenza individuale) capaci di dialogare con utenti tendenzialmente anziani.

L’Inps, come altri enti, spesso vengono affidati alla guida di docenti più capaci di fare leggi e di difenderle (Tridico si è molto speso per il Reddito di cittadinanza) che a farle rispettare nella maniera più efficiente possibile. Ciò crea non pochi problemi ulteriori e ambiguità tra chi le regole le deve fare (il Parlamento) e chi, invece, le deve applicare. La riforma del Fisco, del resto, è fatta più di una riorganizzazione complessiva – come conclude uno studio recentemente condotto dal Think tank Vision in collaborazione con l’Ordine nazionale dei Commercialisti – che da revisioni continue delle aliquote.

La storia dell’Inps ricorda, tuttavia, quella che è una contraddizione di cui rischiamo di pagare tutte le drammatiche conseguenze nei prossimi mesi, quelli decisivi nei quali l’Italia dovrà concepire il suo piano di riforme e investimenti che è il biglietto di un ingresso – assolutamente non garantito – al mondo di Next Generation Eu (il nome non è, del resto, casuale e fa riferimento all’idea di cogliere l’occasione di dover ripartire dopo la pandemia nella direzione di un mondo pensato per generazioni finora sacrificate dalla logica di una politica che, da tempo, si stava abituando all’idea che le grandi questioni si possono tutt’al più amministrare).

Le partite decisive per la “ricchezza delle nazioni” si giocano – ce ne stiamo accorgendo solo ora – più nella sfera delle politiche e della trasformazione delle modalità di erogazione di servizi ad utilità diffusa, che in quella del mercato e del dominio delle imprese private. E, tuttavia, lo Stato italiano (e non solo) non ha gli incentivi per attrarre gli amministratori migliori; nessuno si è mai davvero preoccupato di definire i risultati e, ancora meglio, i meccanismi di decisione collettiva attraverso i quali gli obiettivi dell’azione pubblica vengono fissati; e, di conseguenza, la pubblica amministrazione continua ad avere ridondanze spettacolari in molte delle sue articolazioni e straordinarie carenze di competenze nelle parti che dovrebbero esprimere capacità di trasformazioni difficili. Peraltro, infine, c’è da dire che abbiamo poche idee ma confuse anche sui criteri da adottare per cominciare a ricostruire dirigenze pubbliche all’altezza di un secolo veloce: si parla di competenze specialistiche e, invece, dovremmo cominciare a misurare nei risultati la capacità di un leader di aggregare sul campo attorno ad un problema da risolvere, squadre di talenti diversificati per esperienza.

La riforma della dirigenza pubblica è la prima riforma che la Commissione Europea si aspetta dall’Italia. In fondo, si tratta di ridare a questo Paese la capacità tecnica di rappresentare se stesso, la forza di immaginare una strategia e la determinazione per realizzarla.
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