Paolo Pombeni
Paolo Pombeni

Scontro tra poteri/ Il ruolo delle toghe nell’interesse del Paese

di Paolo Pombeni
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Mercoledì 29 Novembre 2023, 00:04
Non va enfatizzata troppo, ma neppure messa da parte, la preoccupazione espressa dal ministro Crosetto circa possibili tentazioni in seno alla magistratura di intervenire contro un governo che viene giudicato da talune frange togate sostanzialmente illegittimo dal punto di vista del quadro costituzionale. Non dovrebbe essere solo la presa d’atto di un conflitto fra gruppi dirigenti della sfera pubblica (essendo più corretto definirlo così anziché un conflitto fra poteri dello Stato) che tutti sanno essere stato in corso per decenni, quanto piuttosto il richiamo per una riconsiderazione del ruolo della magistratura. Non contro di essa, ma a difesa della sua importanza e centralità nel sistema degli equilibri costituzionali.
È non solo ingenuo, ma fuorviante ridurre tutto ad una lotta fra poteri dello Stato, a volte presunta a volte reale, a volte abbellita come difesa dei grandi principi, a volte più drasticamente rivelatasi come scontro fra corporativismi. Alla radice di tutto c’è una questione di cultura giuridica che risale indietro nel tempo e che è nell’interesse generale affrontare di petto.
Si sarà notato che la questione riguarda più che altro la sfera del diritto penale, mentre quella del diritto civile è venuta sempre più tecnicizzandosi (a volte sino al limite del bizantinismo) ed è rimasta se non estranea, almeno marginale nella diatriba in corso (eppure la magistratura che si occupa di questo campo non è affatto una componente né secondaria, né marginale del sistema giudiziario).
Il tema è semplice: almeno da metà anni Sessanta del secolo scorso è in atto una tendenza culturale ad intendere il “diritto”, e di conseguenza i giudici, come lo strumento per raddrizzare una situazione sociale e politica che venga giudicata non rispondente ai principi democratici.
È qui che ha radice la tenace convinzione in una parte della magistratura, non tanto ampia ma molto protagonista nella sfera pubblica, di essere depositaria di una missione salvifica nella crisi di transizione che attraversa la nostra società come tutte quelle occidentali. Questa convinzione la spinge a voler proclamare la propria consapevolezza di quel ruolo ed a cercare i modi di esercitarlo nell’esercizio della propria professione. Gli esempi di questo modo di pensare, espressi anche in maniera assai esplicita, sono molteplici. Ora di fronte ad essi si richiama giustamente al dovere - per chi si pone come strumento del far rispettare le leggi - di apparire, oltre che di essere, “terzo” rispetto alle parti in causa.
Si tratta indubbiamente di un elemento importante, ma non risolutivo se non si affronta di petto il tema della natura del potere giudiziario nell’ambito dei poteri costituzionali. La teoria classica di Montesquieu, per cui si trattava di un “potere neutro” che non doveva svolgere azioni, ma piuttosto arbitrare conflitti, è roba da eruditi; ma dovrebbe essere patrimonio comune la consapevolezza che la divisione dei poteri costituzionali non significa concorrenza e competizione fra essi, ma armonizzazione, in modo che in vista di un fine comune, il benessere della comunità politica, essi si sentano e si riconoscano tutti parte di quell’unica sovranità che deriva dal popolo.
Si discuterà sempre del diritto dei magistrati, in quanto cittadini, di partecipare alla vita politica anche esprimendo pubblicamente le proprie opinioni. Anche questo è un tema che andrebbe approfondito. Nessuno può ovviamente negare quel diritto, ma si tratta di capire che esso va esercitato appunto da “cittadino” e non da “magistrato”. Almeno per quel poco di storia che ancora si ricorda, si dovrebbe tenere a mente che a suo tempo si discusse a fondo della liceità per i sacerdoti di usare il loro pulpito nelle chiese per fare politica. Altrettanto andrebbe ricordato per il pulpito dei magistrati, che non è solo quello delle corti in cui si giudica, ma anche quello delle loro organizzazioni corporative dove agiscono non in nome di opinioni come cittadini, ma in nome della tutela di un ruolo istituzionale.
Tutto quel che si è detto dovrebbe rientrare nel campo delle banalità risapute, e per fortuna per tanti è così, ma non si può dimenticare che abbiamo una storia alle spalle, quando si ritenne, in parte a ragione, in parte del tutto a torto, che la crisi del sistema politico italiano incapace si riformarsi andasse risolta affidandosi al potere terzo dei magistrati. Non andò benissimo, ma indubbiamente lo scossone impedì che la situazione si impaludasse. Però quella storia emergenziale deve essere considerata conclusa, le dinamiche politiche si sono rimesse in moto (anche in modo molto tumultuoso) e dunque la magistratura deve ritrovare la sua collocazione istituzionale, per essere così pienamente valorizzata al contrario di quanto pensano quelle “correnti” che non vorrebbero uscire dai tempi delle rivoluzioni giudiziarie e che presentano quella valorizzazione come bavaglio, depotenziamento, corruzione e quant’altro.
La parte migliore della politica e la parte migliore della magistratura devono aprire quel sereno confronto sulla cultura giuridica di cui abbiamo parlato in apertura giungendo a chiarimenti importanti. Ne guadagneremo tutti e sopra ogni cosa ne guadagnerebbe il Paese.
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