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Romano Prodi
Romano Prodi

Opzione Kissinger/ L’obbligo per gli Usa di dialogare con la Cina

di Romano Prodi
5 Minuti di Lettura
Domenica 14 Agosto 2022, 00:01

Quando si scriverà la storia dei rapporti politici fra Cina e Stati Uniti in questo inizio di secolo, si dovrà constatare la costante presenza di un identico obiettivo, ma di strategie divergenti. Unico è l’obiettivo: la supremazia politico-militare nel mondo. Diversi sono invece i comportamenti adottati per raggiungerla.
Da parte cinese siamo in presenza di una politica estera che si accredita attraverso un continuo rafforzamento delle sue forze armate, ma che si esprime soprattutto in una progressiva espansione della presenza economica. Una presenza che si concretizza non solo nell’ambito della grande Asia, ma che penetra progressivamente in tutta l’Africa e nell’America latina, con un disegno che è la naturale conseguenza delle caratteristiche della Cina stessa. 
Il Paese conta infatti il 20% della popolazione mondiale, ma dispone solo del 7% delle terre coltivabili del globo. È il numero uno della produzione industriale del pianeta, ma non possiede le fonti di energia e le materie prime per sostenere questo ruolo. 
Gli Stati Uniti, ancora di gran lunga la più grande potenza militare del pianeta, hanno una popolazione di quattro volte inferiore, ma sono oggi del tutto autosufficienti, anzi esportatori, di cibo ed energia. Gli interessi americani nei confronti del resto del mondo non derivano perciò dalla necessità di garantire ai propri cittadini questi aspetti vitali della loro esistenza.

La politica estera degli Stati Uniti dipende quindi dalle priorità della Presidenza in carica, dedicate in alcuni momenti (come nella guerra in Iraq) a garantire gli esistenti equilibri mondiali e in altri momenti (come nel caso del ritiro dall’Afghanistan) a evitare il costo delle vite umane e delle risorse materiali necessarie per questi stessi equilibri.
Ne consegue una naturale continuità strategica da parte della Cina e l’obbligo di un continuo riesame della propria politica da parte americana.
Un’asimmetria che ha trovato un suo equilibrio finale solo nella crescente ostilità fra i due Paesi e, recentemente, anche fra i due popoli. Il viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan, che tanto ha imbarazzato gli stessi alleati asiatici degli Stati Uniti, si spiega soprattutto nel fatto che l’unico elemento politico che oggi unisce la società americana è l’ostilità nei confronti della Cina a cui, dopo la guerra di Ucraina, si è aggiunto il ritorno dell’avversione, anch’essa ricambiata, nei confronti della Russia.

La votazione in sede Onu sulla mozione in favore dell’Ucraina sta dimostrando quanto la sempre più stretta alleanza fra Cina e Russia stia portando tutta la politica mondiale verso un’ulteriore e più profonda divaricazione. Abbiamo infatti sottolineato come la Cina operi soprattutto con la presenza economica e dobbiamo ricordare che, nonostante l’aumento delle spese dedicate agli armamenti, la Cina ha soltanto una base militare al di fuori dei propri confini.

La sua forza militare aumenta, ma la sua presenza diretta si limita all’area del Pacifico. L’opposto di quanto sta facendo il suo alleato russo che non solo ha esteso la sua presenza nelle zone di interesse tradizionale, come la Siria e il Mediterraneo orientale, ma sta esercitando una progressiva presenza militare nell’intero continente africano. I mercenari russi della Wagner comandano in Cirenaica, in Mali, in Burkina Faso e nella Repubblica Centroafricana, a cui si aggiunge una presenza nel Nord del Mozambico e del Sudan.
Nello stesso tempo il ministro degli Esteri russo costruisce accordi con Egitto, Uganda, Etiopia e Repubblica del Congo. Sembra quasi un assaggio di un possibile futuro dominio sul mondo, fondato su una divisione dei compiti fra il braccio economico cinese e il braccio militare russo. 
Si sta quindi pericolosamente preparando la spartizione, da molti studiosi paventata, fra l’Occidente e tutto il resto del pianeta. Nella ricordata mozione dell’Onu, la divaricazione è stata drammatica. La maggioranza assoluta dei Paesi ha votato in favore dell’Ucraina, ma la maggioranza assoluta dei popoli rappresentati (oltre il 60% dell’umanità), ha sostanzialmente appoggiato le posizioni russe, votando contro la mozione in favore dell’Ucraina o astenendosi. Se continuiamo a camminare in questa direzione, la nuova rivoluzione che sconvolgerà il pianeta si fonderà ancora più sul motto: «Paesi proletari di tutto il mondo unitevi».

Per evitare che questo avvenga, come ho già detto ed è doveroso ripetere, basterebbe ascoltare la voce del giovane promettente politologo americano di nome Henry Kissinger che, alla verde età di 99 anni, ci ha ripetutamente ammonito che, quando vi sono tre potenze nucleari dominanti, non è molto intelligente spingere le altre due ad allearsi. Tanto più in questo caso, date le rivalità storiche e le differenze di interessi esistenti tra Cina e Russia.

Per questo motivo uno studioso di fama mondiale di nome Kishore Mahbubani, pur sapendo di non essere ascoltato, ha proposto al governo americano di inviare Kissinger a Pechino per aprire il dialogo con la Cina, al fine di rendere più difficile la guerra nucleare, migliorare i rapporti economici e riaprire i negoziati sul clima.
Non mi sembra a questo punto inopportuno ricordare che questo dialogo è condizione necessaria non solo per prepararci un futuro migliore, ma anche per rendere possibile la pace in Ucraina. Né la Russia né l’Unione Europea sono, da sole, in grado di farlo.

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