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Mario Ajello
Mario Ajello

L’edificio occupato/Le primarie Pd e la legittimazione dell’illegalità

L’edificio occupato/Le primarie Pd e la legittimazione dell’illegalità
di Mario Ajello
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 16 Giugno 2021, 00:43 - Ultimo aggiornamento: 22:33

Una politica che cerca il riconoscimento nel mondo dell’illegalità dei palazzi occupati  incarna una forma di degrado e di rinuncia alla credibilità che rasenta il suicidio. E compie un oltraggio verso i cittadini onesti che pagano le case e le bollette e che non vivono sulle spalle degli altri e dentro le reti pseudo-solidali e vetero-militanti del sopruso ideologico. 


Questo, per dire che non è un bello spettacolo quello messo in scena ieri dal Pd che ha scelto il luogo più incongruo, il set più infrequentabile, per svolgere il dibattito tra i candidati alle primarie a sindaco di Roma. Ovvero il centro sociale “Spin Time”, il palazzo occupato in via Santa Croce in Gerusalemme, uno dei simboli dell’abusivismo come pretesa egualitaria: proprio il luogo in cui un partito serio non dovrebbe andare, proprio la sede di una cultura con cui nessuna classe dirigente - compresa quella che aspira a governare Roma dopo le prossime elezioni - dovrebbe civettare. E che, viceversa, dovrebbe avversare con rigore e con principi - come quello del diritto di proprietà - appartenenti all’abc della vita associata e della civiltà liberale. 


Su questi valori non si dovrebbe transigere da parte di qualsiasi forza politica. A meno che, come sembra essere il caso del Pd confermato da questo episodio emblematico e preoccupante, non si è deciso di intraprendere una deriva pauperistica e di sinistra che guarda più indietro che avanti.
Un minoritarismo proletarizzante è quello che ha spinto i dem, dai livelli più alti e pretenziosamente più pensosi, scendendo più giù, alla pessima idea di farsi rappresentare in un edificio occupato dai duri di Action e dai seguaci di Tarzan - al secolo Andrea Alzetta reduce e promotore di mille okkupazioni - che accoglie i candidati del Pd come compagni di strada, come amici ritrovati («Che bravi che siete venuti da noi e che state con noi, siamo pronti a votarvi»), come pezzo di sinistra nella stessa sinistra.


Quasi da non crederci. Dopo tanti decenni di pretenziosi seminari sul riformismo (ormai scopertisi finzione pura), ecco il Pd che sale sulla liana di Tarzan cercando di farsi dare un passaggio verso il Campidoglio. 

Già le primarie si sono rivelate uno strumento inutile e autoreferenziale, disertato ormai dai più e utili al massimo a replicare i vecchi sistemi di potere fingendoli nuovi, ma le primarie più centro sociale e più okkupazioni costituiscono un mix che una politica decente dovrebbe rifiutarsi di servire ai cittadini. 


I quali, non a caso, non accettano questa miscela e sembrano totalmente disinteressati a questa battaglia ai gazebo di domenica prossima, tutta interna a logiche auto-referenziali di partito e del tutto priva di qualsiasi slancio creativo (dove sono i programmi?) che possa interessare qualcuno al di fuori dei retrobottega di partito. 
Il luogo del dibattito tra i candidati è quello che è, cioè il palazzo simbolo delle occupazioni illegali dove si rifugiarono le Sardine per fare una specie di congresso inutile, ed è tutto dire, ed è lo stesso in cui un cardinale andò a riallacciare i contatori elettrici staccati a causa di morosità delle famiglie abusive. 


Ma è quello che è anche lo strumento delle primarie. Un modo per le vecchie correnti del Pd per riproporsi, uno strumento di nuovo protagonismo utile a pezzi di poteri politici che già hanno danneggiato Roma negli scorsi decenni e che adesso non vogliono mollare la presa.


Se le primarie non andavano prima, dopo questa grave scorrettezza o presunta furbata - buttarsi nella sinistra più sdrucita per avere i voti di quella sinistra che magari neanche li dà al Pd perché è ancora più radicale? - rappresenta un pessimo servizio per chi, i romani, non sono bisognosi di demagogia, di giochetti politicisti e di trame politicanti ma di un buon governo della Capitale. Che non può coincidere con una mentalità da centro sociale. 
L’involuzione di un partito che si rifiuta di distinguere la legge dall’illegalità e che si fa succube degli occupanti, per una messa in scena che non parla a nessuno fuori da lì, finisce per fare un danno a tutti noi. Che non abbiamo bisogno di deliri ideologici o di pose qualunquistiche, ad uso di interessi ben mirati e di logiche paleolitiche e distruttive, ma una sfrenata necessità di amministrazione ordinata e competente

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