Open Arms, la debole accusa per una scelta che spettava al ministro

Venerdì 31 Luglio 2020 di
5
Open Arms, la debole accusa per una scelta che spettava al ministro
La politica dicono sia l’arte del possibile e dell’impossibile, non abbia né cuore né viscere e, stando agli americani, insegni a rubare dalle tasche degli orfanelli quando ci si china a baciarli.

Detto ciò, riuscirebbe comunque difficile spiegare a un osservatore disinteressato il copione da essa seguito per mandare a giudizio Matteo Salvini. Del quale ognuno può pensare tutto il male che crede ma che tuttavia per più di un anno ha governato, come prevede l’articolo 95 della Costituzione, sotto la direzione dell’attuale primo ministro. Ecco dunque il primo punto. Il governo Conte 1, a torto o a ragione ha deciso il blocco degli sbarchi clandestini, attuato concretamente dal ministro degli Interni.

Per questo Salvini è stato a suo tempo indagato, ma il Senato ha negato la procedibilità, affermando che si trattava di un’insindacabile attività politica. Cambiata la maggioranza di governo, ma sempre con lo stesso premier, il Senato decide ora in modo opposto su una situazione assolutamente identica. Le argomentazioni giuridiche di questo “revirement” sono una minuziosa bigotteria di sofismi. Così è stato deciso, perché così faceva comodo decidere. Ancora una volta, il diritto, e la coerenza, si dimostrano vuote ed ingenue astrazioni.

Punto secondo. Il presunto reato di sequestro di persona, sul quale le stesse procure sono divise – quella di Catania, ad esempio, ha chiesto l’archiviazione – consisterebbe nell’aver tenuto a bordo di una nave per alcuni giorni qualche decina di migranti. E’ un atteggiamento che può confliggere con la nostra solidarietà cristiana, ma che rientra nei poteri e nella responsabilità della gestione politica.

Tanto è vero che Conte 2 ha segregato in casa per mesi 60 milioni di italiani, talvolta in condizioni analoghe a quelle dei migranti. Il bello è che questa compressione di diritti di rango costituzionale, che possono esser limitati solo dalla legge e sotto continuo controllo del Parlamento, è avvenuta attraverso semplici provvedimenti amministrativi, sollevando fondatissimi dubbi sulla loro legittimità. Abbiamo sopportato questi arresti domiciliari perché eravamo impauriti e disorientati. Ma, sia pure per necessità, il diritto è andato a farsi benedire. Punto terzo.

Ogni giudizio giuridico su Salvini è stato irrimediabilmente compromesso dal dottor Palamara, per lungo tempo potentissimo distributore di cariche apicali di Magistrati, che parlando con un Pm ha ammesso l’innocenza del ministro, ma ha affermato la necessità di attaccarlo. Non contento di ciò, l’ineffabile Palamara ha telefonato al Pm di Agrigento, che stava inquisendo Salvini, manifestandogli solidarietà. Certamente Palamara non ha inteso interferire nelle indagini, anche se congratularsi con un collega che secondo te perseguita un innocente puzza di sacrilegio. Comunque sia, Salvini potrà legittimamente chiedere ai suoi giudici se abbiano ricevuto qualche telefonata da Palamara, o da qualche altro come lui. Punto quarto. E’ la prima volta - crediamo - che il Senato decide difformemente dalla Giunta per le immunità, che aveva proposto l’archiviazione del caso.

Questo è avvenuto per un altro “revirement”, quello di Renzi, che in Giunta si era eclissato. Non sappiamo se ciò derivi da una sottostante baratteria di poltrone, o da un sofferto giudizio “melius re perpensa, iuxta allegata et probata”: cioè dopo aver letto le carte e averci pensato. Ma sappiamo che avrà delle conseguenze interessanti: se queste siano state previste e volute dall’imprevedibile ex primo ministro è cosa che vedremo. E questo è il quarto punto. Se Salvini ha commesso il reato di sequestro di persona, Conte (1) ne è corresponsabile per quello che si chiama concorso per omissione. Nel dibattito di ieri mattina qualcuno ha sostenuto che Conte non era d’accordo, e che proprio per questo Salvini ha agito senza collegialità. E’ stata una difesa grama e controproducente, perché ha ammesso che Conte sapeva cosa il suo ministro stava facendo.

Circostanza quest’ultima sulla quale erano stati avanzati dei dubbi. Ebbene, in quanto garante dell’indirizzo politico del governo, il Premier aveva il dovere non solo di dissociarsi ma di intervenire attivamente se uno dei suoi ministri stava commettendo un reato. E poiché “non impedire l’evento che si ha il dovere giuridico di impedire equivale a cagionarlo” (articolo 40 del codice penale) Conte dovrà coerentemente essere chiamato a risponderne. Siamo certi che i Pm competenti si attiveranno ora in questo senso. Di questa ingarbugliatissima e grottesca matassa forse i grillini sono inconsapevoli, per difetto di preparazione tecnica.

Il Pd - per ora – non se ne cura, e del resto ha sempre coerentemente votato per il processo. Ma Renzi, che oltre ad esser intelligente è anche avvocato, queste cose le sa. Ed allora ci sorge il dubbio se quella pausa di riflessione tra il voto in Giunta e il voto in Aula, pausa che gli fatto cambiare idea, non sia stata anche ispirata dalla prospettiva, cinica ma allettante, di vedere un giorno anche Conte sul banco degli imputati. Sarebbe una perfida raffinatezza alla quale, sia pure a malincuore, dovremmo inchinarci. 
Ultimo aggiornamento: 19:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA