Vittorio Emanuele Parsi
Vittorio Emanuele Parsi

Il vertice con gli Usa/ Quanto costano alla Ue le tensioni Russia-Ucraina

di Vittorio Emanuele Parsi
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Martedì 11 Gennaio 2022, 00:24

Sarà una settimana in salita quella dei colloqui di Ginevra tra Russia e Stati Uniti, sempre che i negoziatori non decidano di fare rientro alle rispettive capitali in anticipo. Forse il Cremlino non intende invadere l’Ucraina, di sicuro la Nato non pensa di associare l’Ucraina. Eppure è su queste “non-opzioni” che, ancor prima di partire, rischia di deragliare il convoglio del dialogo. Il Cremlino e la Casa Bianca esibiscono posizioni di partenza inconciliabili e incomponibili, in quello che si preannuncia come un vero e proprio braccio di ferro dal quale uno solo può uscire vincitore. E le carte migliori le ha in mano Vladimir Putin.

La Russia avanza richieste che sono formalmente, ma anche sostanzialmente, inaccettabili per l’amministrazione di Joe Biden: non allargare ulteriormente la Nato, non fornire alcun tipo di assistenza all’Ucraina e non schierare e ritirare i missili nucleari a medio raggio in Europa orientale. L’America, dal canto suo, l’impegno che Mosca non invaderà il vicino, neppure parzialmente e nemmeno fornendo “assistenza” alle province secessioniste già sotto la sua protezione. Il paradosso è che una membership atlantica di Kiev non è in agenda (e non lo sarà mai), ma ovviamente né Washington né la Nato possono dichiarare che non muoveranno un dito qualora Mosca optasse per un’azione militare. Tanto varrebbe altrimenti dichiarare la fine della capacità di deterrenza dell’Alleanza. Dal canto suo Putin desidera riportare all’obbedienza Kiev, ridefinire uno spazio post-sovietico dove poter esercitare la propria egemonia, e non intende rinunciare a mostrare – ed eventualmente impiegare, in maniera “controllata”, ma molto più esplicita e devastante di quanto avvenne in Crimea – la forza, se questo dovesse essere necessario per conseguire l’obiettivo.

Gli americani stanno provando a fare la voce grossa, finora sostenuti dall’Unione ma non da tutti i Paesi membri della Ue. O perlomeno non in maniera così chiara. Anche perché le minacce di misure “rapide, molto severe e persistenti” da parte di Washington non sono accompagnate dalle necessarie specificazioni. Si parla di sanzioni commerciali, finanziarie, tecnologiche ma si resta sul vago. Soprattutto, si teme che la Cina possa vanificare gran parte di un simile sforzo. E se ciò avvenisse in maniera plateale, agli Usa non resterebbe che abbozzare oppure applicare provvedimenti punitivi anche a Pechino, col risultato di saldare ancora di più la convergenza tra le due potenze autoritarie.

Solo la tracotanza potrebbe costituire il tallone di Achille di Mosca. Perché finora l’Europa si è mostrata molto indecisa sul come trattare la Russia: come un partner (energetico, innanzitutto) o come una minaccia alla stabilità dell’ordine uscito dalla fine della Guerra fredda? Fintanto che la pericolosità della politica di potenza russa è stata considerata (o presentata) come non esistenziale scelte di contenimento troppo onerose da parte europea non si giustificavano. Ma se la percezione muta, anche il calcolo costi-benefici cambia e l’appeasement potrebbe divenire non più politicamente sostenibile. L’Europa, finora, è il solo luogo in cui si è continuata una narrazione coerente con l’ipotesi di Francis Fukuyama, “come se la storia fosse davvero finita” dopo il 1991, e come se l’ordine uscito dal crollo dell’Urss fosse non solo irreversibile ma persino incontestabile. Che è proprio quanto invece la Russia esplicitamente rivendica.

Certo, l’Europa “potenza civile” e “fonte di esempio” ha progressivamente compensato con massicce dosi di cinismo il suo comportamento concreto. E, fin quando è stato possibile, l’appeasement nei confronti di Mosca ha rappresentato la perfetta sintesi di questo barcamenarsi. Di fronte a una Russia manifestamente aggressiva, che dovesse essere considerata una fonte di instabilità per l’ordine europeo e una minaccia per la stessa sicurezza dell’Unione, questa politica potrebbe però cambiare, vanificando la strategia russa del “divide et impera” nei confronti dell’Occidente. Certo, implicherebbe costi importanti anche in termini energetici. Ma l’alternativa sarebbe lasciare nelle mani di un Cremlino sempre più tracotante l’arma delle forniture di gas. E, d’altronde, solo il rischio concreto di provocare un immediato e deciso riallineamento tra Europa e Stati Uniti, costringerebbe Putin a valutare diversamente il suo rapporto costi-benefici di un’eventuale escalation, e dissuaderlo dal correre rischi, a quel punto, eccessivi. 

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