Roma elezioni 2021, l’orgoglio necessario per guidare la Capitale

Domenica 11 Ottobre 2020 di
​Sfida per ripartire/ L’orgoglio necessario per guidare la Capitale​

Non ci sono candidati di peso per Roma. Solo la Raggi, ed è tutto dire quanto a spudoratezza e scarso senso della realtà, è ufficialmente in campo. Questo vuoto e questa fuga dalle responsabilità non solo segnalano purtroppo che Roma, agli occhi dei più, è diventata inavvicinabile per colpa di chi in questi anni l’ha desertificata e mortificata. Ma dicono anche altro. 


Sono il segnale dell’ignavia di quel che resta delle classi dirigenti, le quali dovrebbero accorrere per disputarsi l’onore di guidare la Capitale. E invece, no. La temono, la sfuggono, la considerano a torto una causa persa, la lasciano in preda al teatro delle candidature improbabili, all’autoreferenzialità della politica di piccolo cabotaggio, al risucchio ideologico e provinciale che ne degrada il ruolo e il rango. 


Ma come si fa a non capire che chi, con buone competenze, spirito di servizio e disciplina e onore, si mette alla testa di questa metropoli avrà nei prossimi dieci anni una centralità nazionale e internazionale enorme e ci saranno pochi politici al mondo più “visibili” del sindaco di Roma? La Capitale potrebbe ospitare, se tutto va bene, il primo Giubileo post-epidemia nel 2025. Poi potrebbe avere l’Expo 2030. E nel 2033 cade la ricorrenza dei duemila anni dalla resurrezione di Cristo che avranno ovviamente una risonanza planetaria e la Città Eterna ne sarà il fulcro. Per non dire, nel frattempo, dei soldi del Recovery Fund che ci saranno da spendere e non potranno essere meno di 25 miliardi di euro. 


Dunque Roma come immensa risorsa e non certo come trappola. Il fatto però che non si faccia avanti nessuno - o che nessuno si riesca a trovare - che abbia l’orgoglio di voler fare di Roma ciò che Roma rappresenta è un preoccupante deficit di patriottismo. Oltre che una prova di miopia che l’Italia non può e non deve permettersi. Ma è ben chiaro a tutti, oppure no, che le prossime elezioni per il Campidoglio sono l’ultima occasione che è data alla Capitale per rimettersi in piedi? O si crede, sbagliando grossolanamente, che Roma possa permettersi altri cinque anni di declino, dopo i quali questa città sarà soltanto una distesa economica e civile di ruderi piranesiani? Evidentemente tutto ciò non è chiaro alla politica e neppure a quelle energie professionali e imprenditoriali che questa metropoli ancora ha in gran copia ma sono in sonno, spaventate, soverchiate da un senso di fatalismo che è uno dei mali dell’Urbe. 


Anche gratis, e ringraziando per l’onore ricevuto, bisognerebbe accettare di impegnarsi per la Capitale. Il tempo dell’indifferenza o del calcolo delle convenienze personali - sulla base di spropositi del tipo: bruciarmi per Roma? Non sia mai! O peggio: Roma? Governarla non solo è impossibile ma, come diceva Mussolini dell’Italia anche se non ci credeva, è inutile!- deve finire. Perché significa un danno alla nazione e alla sua capacità competitiva nella sfida con gli altri Paesi che possono contare su capitali forti e riconosciute. 


Si dirà: nessuna figura di gran livello, dotata non di clientele politiche ma di visione strategica e di eccellenza pragmatica, ha il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo perché fare il sindaco di Roma con i poteri deboli e scarsi attualmente in carico al titolare del Campidoglio significa in partenza un fallimento. E questa non è affatto un’obiezione infondata. Perciò, in parallelo alla ricerca di candidature di valore e per smuovere e per invogliare, è assai urgente che il governo si muova. Che esca da quella bolla di paura e di estraneità, e si faccia promotore insieme al Parlamento di una legge immediatamente attuativa sui poteri speciali di Roma. O più semplicemente renda operative le norme, dimenticate, definanziate, scandalosamente rinnegate per convenienze politicanti e per egoismi nordisti, che già esistono in favore della Capitale. Un investimento straordinario, adesso o mai più, sui poteri in capo al prossimo sindaco, chiunque esso sarà, non può che diventare una spinta per chiunque - non un avventizio, un nuovista o un illusionista - decida che la battaglia per Roma vale la pena di combatterla e di vincerla. 


La coincidenza dell’anno elettorale 2021 con il centocinquantenario dell’istituzione di Roma Capitale del Regno, nel 1871, dovrebbe essere d’aiuto per dare una scossa. Allora la migliore classe dirigente liberale vide in Roma - assurta a inevitabile simbolo della nazione - il naturale punto d’approdo del Risorgimento. Oggi che ci si avvia a una Ricostruzione (post Covid) non può essere che Roma a guidarla. E guai a sottrarsi all’appuntamento con la storia, rinchiudendosi in un gazebo di partito o rintanandosi su un Aventino senza calcolare che rischia di crollare anche quello.

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