Roma e la finta guerra alla Raggi: accordo Pd-M5S per il Campidoglio

Venerdì 21 Agosto 2020 di
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Roma e la finta guerra alla Raggi: accordo Pd-M5S per il Campidoglio
Mai con Virginia Raggi? Facile a dirlo, difficilissimo a farlo. Zingaretti l’ha stroncata bollandola come «il problema principale di Roma» e tuttavia basta tastare il polso della sinistra di questa città, nelle chat, nei salotti estivi, nei luoghi di vacanza da Capalbio in giù e in su, nelle conversazioni telefoniche tra i maggiorenti del Pd, e non emerge affatto un sentimento di ostilità verso la sindaca uscente che ha inabissato la Capitale.


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Quanto una convenienza tattica anche un po’ comica - condita di spropositi del tipo: «Ah, però, le buche nelle strade le sta riparando», «Oh, avete visto? Ha riaperto pure l’area giochi per i bimbi a Villa Borghese!», «Eh, quante gliene ha dette a quelli di CasaPound» - a considerarla in fondo una compagna di strada che tornerà utile, lei e i 5 stelle, nel secondo turno delle elezioni a Roma. Per fermare la marcia sull’Urbe della destra meloniana-salvinista al grido ideologico, assai retrò, dell’«allarme son fascisti!». 

MAI DIRE MAI
Il «mai con la Raggi» sbandierato da Zingaretti, per stessa ammissione di alcuni dem, è più che altro una mossa contingente. Che sui social viene sbeffeggiata così: «Questa me la scrivo», per ritirarla fuori al ballottaggio. Dove, negli auspici Pd, andrà il candidato di centrosinistra - anche se non se ne vede per ora il profilo e fioccano soltanto no e poi no e non esiste uno straccio di programma e di visione del ruolo della Capitale che possa sorreggere una candidatura di valore - e poi dovranno arrivare, a riprova che la guerra in corso è una finta guerra, quei tanti (improbabile) o più probabilmente pochi ma decisivi voti ottenuti da Virginia al primo giro. Il tutto in nome della difesa della Capitale dai barbari. Scontrarsi prima, per incontrarsi poi: questo il gioco appena inaugurato dai rosso-gialli.

Che poi a ben vedere è un gioco tipico dei ballottaggi. A Torino nel 2016, solo per fare un esempio, la grillina Appendino non superò il dem Fassino al secondo turno, partendo da dieci punti in meno, grazie agli elettori di centrodestra che la fecero trionfare con 8 punti in più? 
E comunque, perfino nello stesso Pd questo tipo di manovra suscita dubbi e critiche. E quelle di un esponente storico come l’attuale sottosegretario Roberto Morassut sono così concepite: «Può essere lo schema del Pd quello di un accordo con la Raggi al secondo turno? Mi domando se, per convincere la maggioranza dei romani, possa bastare e se, in caso di vittoria possa funzionare una politica che si basa su una discriminante anti-fascista e basta». 


LA CONTRADDIZIONE
Altro che richiamo della foresta ideologico, che oltretutto non valse contro Alemanno e riuscì a stento 27 anni fa con Fini candidato al Campidoglio nel ‘93. Per il bene di Roma servirebbe, più concretamente, un sindaco di alto livello, trasversale, forte, in piena discontinuità rispetto a questi anni di cattiva gestione e di nessuna visione. Proiettato in avanti e non all’indietro. In più, nel 2021, le elezioni a Roma si svolgeranno in una fase in cui non ci sono competizioni politiche nazionali e quindi saranno ancora più centrali i temi cittadini in quel voto, il futuro della Capitale che compie 150 anni, il suo rilancio, il suo compito e i suoi poteri da centro nevralgico dell’Italia. Poca ideologia e molta amministrazione, ecco. 

Visto da destra, il gioco - ma c’è anche chi la chiama «l’impostura» - del Pd è questo. Lo spiega il senatore Francesco Giro, uomo di riferimento di Berlusconi e di Salvini a Roma le cui parole hanno ieri suscitato l’ira dem e sono queste: «La Raggi arriverà terza al ballottaggio, sosterrà il candidato del Pd ma non lo farà gratis. Diventerà vicesindaco, anzi prosindaco di Roma». Oddio, no! Ma quel che è certo è che Roma avrebbe urgente bisogno di liberarsi dagli interessi delle botteghe di partito, per dimenticare Virginia e tornare grande.
 
Ultimo aggiornamento: 22-08-2020 01:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA