Francesco Grillo
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Obiettivi mancati/La riforma elettorale che serve alla stabilità

di Francesco Grillo
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Lunedì 24 Gennaio 2022, 00:10 - Ultimo aggiornamento: 22:54

«Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale. È imperdonabile anche la mancata riforma della seconda parte della Costituzione. Convenienze, tatticismi e strumentalizzazioni hanno condannato alla sterilità. Se mi troverò di nuovo dinanzi alla sordità come quella contro cui ho cozzato in passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese». Sembrano passati secoli da quello che fu il più duro discorso mai pronunciato da un Presidente della Repubblica di fronte al Parlamento che lo aveva eletto. Eppure, conserva una sua drammatica attualità il discorso di Giorgio Napolitano che nella primavera del 2013 fu costretto a 88 anni ad accettare la richiesta di un secondo mandato. Richiesta che arrivò da forze politiche arrivate all’ultima spiaggia. Nove anni dopo, dopo sei diversi Governi, due leggi elettorali (drammaticamente simili a quella incostituzionale di cui Napolitano chiese la revisione) e un tentativo di riforma complessiva che non arrivò a compimento, è, ancora, quella istituzionale la premessa a tutte le altre riforme. Quella che ancora manca mentre la politica cerca un successore al successore di Napolitano. 


Secondo i sondaggi, tra gli italiani sembrano essere in maggioranza quelli che chiedono la trasformazione della Repubblica in presidenziale sul modello francese o americano (anche se tale dato è in discesa rispetto a quello che emergeva nel 2013).


E certamente, il nostro Paese, come evidenzia il grafico che accompagna questo articolo, ha un problema di stabilità.

È semplicemente impossibile costruire un progetto di trasformazione complessiva se, ad esempio, il Ministro dell’Amministrazione cambia – come è successo nell’ultima legislatura – ogni 15 mesi. Ma esiste, contemporaneamente, anche un problema di rappresentanza: non può non aumentare lo scetticismo sull’utilità del voto e l’astensione (come dimostrano le ultime elezioni amministrative), se – oggettivamente - ci ritroviamo ad avere il più europeista dei Presidenti del Consiglio a capo di un governo votato quasi all’unanimità da un Parlamento nato dal trionfo di partiti che mettevano in discussione l’adesione all’euro. 


Peraltro, la definizione del problema che ci troviamo ad affrontare sarebbe parziale se non consideriamo un altro elemento: è vero che l’Italia sconta un ritardo nei confronti delle altre grandi democrazie occidentali; e, tuttavia, a questa questione si aggiunge, oggi, che anche le democrazie occidentali nel loro complesso sembrano in ritardo rispetto a mutazioni tecnologiche (e ambientali) che ci stanno sfuggendo di mano. La madre di tutte le riforme esige, dunque, leader in grado di vincere tre sfide contemporanee: rendere il sistema più capace di governare; meglio in grado di riflettere nelle proprie scelte le aspettative dei cittadini; riuscirci tenendo conto di trasformazioni che mettono in discussione i meccanismi della stessa democrazia rappresentativa.


Cominciando con la legge elettorale, diciamo che, innanzitutto, è evidente che non possiamo più ridurci a rifarne sempre una nuova (e costantemente ai margini della Costituzione) alla fine di ogni legislatura. Discutere di legge elettorale alla fine di ogni legislatura equivale, grossomodo, a stabilire le regole di assegnazione dei punti in un campionato di calcio alla fine del torneo. Un Parlamento che abbia la dignità di rinunciare alle “convenienze”, che tenti di recuperare un ruolo perso, deve riuscire a darsi una legge elettorale che abbia rango costituzionale, capace di durare nel tempo (come in uno qualsiasi dei grandi Paesi europei). Ciò è capitato, di recente, solo a quella di cui nel 1993 fu relatore Sergio Mattarella e non è un caso che produsse i governi più longevi della storia repubblicana e, alcune, delle campagne elettorali più partecipate.


In secondo luogo, le forme dello Stato. Può andare bene far eleggere ai cittadini direttamente il Presidente che si occuperà di governare. Ciò dovrebbe, però, avvenire ridefinendo il perimetro dell’Esecutivo rispetto al Parlamento che fa le leggi e ridimensionando le incursioni del primo tra le prerogative del secondo (alle quali ci siamo pericolosamente abituati come se fosse un male necessario). Rafforzare il Parlamento significa, peraltro, superare, proprio come tuonò Napolitano, un bicameralismo perfetto che è paralizzante quanto lo è l’unanimità dei processi decisionali europei: era garanzia di democrazia per Paesi usciti dalla dittatura; in un contesto diverso svuota la democrazia di senso. 


In terzo luogo però un sistema politico moderno deve anche finalmente aprirsi ad ospitare sperimentazioni di forme nuove di partecipazione che devono uscire dal ghetto della curiosità accademica. Devono, anzi, esserci meccanismi per valutarle e adottare su larga scala se di successo. Va legittimata l’utilizzazione di strumenti elettronici per aderire a proposte di legge, discutere specifici progetti su scala locale, condurre sedute dei parlamenti in remoto, presentare liste di movimenti nuovi, proporre referendum più intelligenti di quelli che impongono ottuse scelte binarie. In Estonia - che è uno Stato dell’Unione – hanno utilizzato il voto elettronico come l’urgenza per combattere la difficoltà che gli anziani hanno a usare le tecnologie.


Sono passati quasi dieci anni dal momento in cui la democrazia italiana scoprì di essersi trascinata in una palude. Per mancanza di visione e di pragmatismo. Toccò ad un uomo di una generazione che per la democrazia aveva sacrificato la gioventù, scuotere un Parlamento prigioniero di sé stesso. Dopo dieci anni non è escluso che si ripeta la scena in maniera grossomodo identica. Con un Presidente famoso per la sua mitezza, costretto a spronare verso un cambiamento sempre più disperatamente urgente. Quel cambiamento richiederebbe una classe dirigente davvero nuova. Anzi un nuovo modo di essere classe dirigente.

 
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