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Angelo De Mattia

Regioni in fermento/ Le spinte autonomiste e l’unità nazionale

di Angelo De Mattia
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 13 Luglio 2022, 00:28

“Le Regioni per unire“ era più di uno slogan diffuso a livello politico, negli anni che precedettero la nascita di questi enti nel 1970. Lo scopo era superare i dubbi soprattutto dei fautori del “centralismo”. Potrebbe ora ritornare attuale mentre si ripropongono le soluzioni, innanzitutto ad opera del ministro per gli Affari Regionali Mariastella Gelmini, per realizzare un’autonomia regionale differenziata. L’argomento è stato a suo tempo oggetto di referendum in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Potrebbe apparire non facilmente comprensibile perché in una fase in cui l’inflazione è in aumento, effetto e causa della crisi energetica, gli impatti della guerra mossa dalla Russia contro l’Ucraina, i non superati contagi del Covid, i processi di deglobalizzazione in atto; ma anche il bisogno di iniziative e scelte europee e di organismi internazionali, si ripresenti il tema del rafforzamento dei poteri regionali, tra l’altro, con il superamento delle attribuzioni concorrenti Stato–Regione. 

Il fatto è che la situazione attuale spinge illusoriamente per la ricerca di “protezioni”, spesso di vista corta, e chi è più forte teme di più l’eventuale lesione del proprio status vero o presunto. Rafforzando le competenze previste dall’articolo 116 della Costituzione si dà, in linea generale, una risposta al dinamismo e alle capacità di alcuni territori. Tuttavia, non si può tralasciare che ciò è possibile solo se non si esce dal confine della solidarietà e dell’unitarietà nazionali (il “per unire” di cui si è detto). Insomma, alle differenze invocate fanno da pendant le disuguaglianze sociali rilevabili nell’intero territorio nazionale, come attestano i recenti dati delI’Istat e dell’Inps, mentre si sta lavorando, ad opera delle parti sociali e del governo, per un’auspicabile politica dei redditi che costituirebbe la base per una sorta di patto sociale.

Non è infondato il rischio di una visione separatista che, poi, proprio per il bisogno di affrontare a livello di Unione europea problemi non risolvibili nazionalmente potrebbe esporsi a boomerang e, alla fin fine, paradossalmente all’invocazione protettiva dello Stato. In sostanza, non è il rafforzamento in sé delle attribuzioni delle Regioni che va temuto, ma lo è il modo in cui potrebbe essere realizzato, a cominciare dalla sottovalutazione del ruolo che dovrà avere il Parlamento nelle decisioni relative, perché l’aumento delle competenze non sia solo oggetto di una trattativa tra Regione interessata e l‘esecutivo. Prima ancora sarebbe doveroso aprire nel Paese un dibattito informato su di un’operazione che si intende compiere affinché questo argomento non sia solo ”riservato dominio” delle Regioni che maggiormente sostengono l’innovazione, ma siano partecipi anche le altre e, innanzitutto, i cittadini, con particolare riferimento al Mezzogiorno pressoché silente, mentre si ripropone una nuova Questione Meridionale. Soprattutto per le materie riservate alla competenza legislativa dello Stato e che vanno sotto il titolo di Norme generali dell’istruzione, Organizzazione della giustizia di pace, Tutela dell’ambiente e dei beni culturali, occorre una profonda riflessione.

Poi bisogna esaminare l’esperienza sinora compiuta. Come affrontare oggi il tema della sanità, prescindendo da quanto é accaduto nella fase più virulenta della pandemia, nella quale era forte l’esigenza di una guida unitaria centrale, mentre si mettevano a nudo, in molte realtà, le carenze dell’organizzazione territoriale di questa cruciale funzione? E come immaginare un decentramento per quel che riguarda la scuola di ogni ordine e grado e l’ambiente che sono competenze vitali per lo Stato, se non si vuol rompere l’idem sentire nazionale e organizzare una cultura dei potenti e dei ricchi? Allora non si procede? No, questo no: sarebbe una sconfitta per tutti.

Ma torna qui la questione dei limiti rigorosi e delle salvaguardie, a cominciare dal rendere esplicita la clausola di supremazia dello Stato per le diverse materie. Non basta fissare i Lea, i Livelli essenziali di assistenza e i Lep, i livelli essenziali di prestazioni per tutto il territorio nazionale: sono le competenze che si vogliono trasferire che richiedono una disamina che coinvolga tutto il Paese e che evidenzi le connessioni con l’altra complessa, delicatissima materia: quella del federalismo fiscale nonché con gli altri enti territoriali, in primis i Comuni. Non si potrebbe di certo dare vita un fac-simile di Regione statuto speciale, scimmiottando, senza ovviamente dirlo, quelle che ora hanno un tale status. L’unità nazionale, insomma, deve guidare un bilanciato rafforzamento delle competenze regionali.

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