Paolo Balduzzi
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Aziende in crisi / Se il Reddito danneggia chi cerca di assumere

di Paolo Balduzzi
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Martedì 17 Maggio 2022, 00:02 - Ultimo aggiornamento: 00:04

Camerieri e receptionist; ma anche banconisti, macellai e cassieri. Senza dimenticare i braccianti. L’elenco dei mestieri è lungo ed è stato ben tracciato già negli scorsi giorni da questo giornale. Le imprese fanno fatica a trovare lavoratori, non solo quelli stagionali. Mentre le spiagge, le montagne e le città si riempiono di turisti, gli alberghi fanno fatica ad accettare prenotazioni per mancanza di personale. Sembra un paradosso: siamo alla vigilia della prima estate “libera da covid”, perlomeno per quanto riguarda le restrizioni legali, e in attesa di un flusso di turisti, anche stranieri, paragonabili al 2019. Non solo: siamo anche nel bel mezzo di un periodo storico in cui, per la prima volta dal secondo dopoguerra, l’Europa potrebbe sperimentare scarsità di cibo.
Eppure, pur con una domanda attesa così elevata e con una voglia di normalità ormai ritrovata, le imprese lamentano mancanza di personale per rispondere alle sfide dei prossimi mesi. Cosa è successo, dunque, in questi anni? Ci sono almeno due ordini di ragioni che spiegano il fenomeno. Le prime fanno riferimento a un fenomeno ancora tutto da comprendere ma molto diffuso, anche all’estero: il Covid ha permesso a molte persone, o le ha costrette, a interrogarsi e riflettere sull’uso del proprio tempo. Forse c’è più voglia di socialità e meno propensione al sacrificio, dopo tutte le rinunce di questi mesi. Tuttavia, c’è anche una ragione squisitamente economica: a partire dal 2019, in Italia, è stato infatti introdotto il reddito di cittadinanza. Il problema di questa misura è che, come spesso accade nel nostro paese, la si è considerata una panacea per diversi mali della società: la lotta alla povertà da un lato e la lotta alla disoccupazione dall’altro. Un po’ come il sistema pensionistico: oltre a raccogliere i contributi dai lavoratori e a distribuirli ai pensionati, come è naturale, il sistema previdenziale è stato utilizzato nel tempo per risolvere crisi aziendali, ringiovanire la pubblica amministrazione, premiare intere categorie di lavoratori o settori industriali, restituire alle lavoratrici ciò che il mercato del lavoro aveva loro tolto, combattere la povertà in età avanzata. È evidente che misure di questo tipo non possono soddisfare tutte le richieste che, erroneamente, gli vengono attribuite. Che il reddito di cittadinanza serva a combattere la povertà nel nostro paese è fuori discussione: la povertà, assoluta e relativa, è diminuita, sia secondo l’Inps, sia secondo l’Istat. Al contrario, che il reddito di cittadinanza sia servito anche a inserire disoccupati nel mondo del lavoro a condizioni migliori non v’è alcuna evidenza. Anzi, su tre milioni circa di percettori, solo circa il 5% ha stipulato un contratto nel lavoro nel primo biennio di applicazione del reddito di cittadinanza. Non solo: tornando al primo obiettivo, e nonostante le ingenti risorse impiegate, i dati sulla riduzione della povertà raccontano sì di un effetto positivo ma piuttosto marginale, per diversi motivi. Perché il trattamento è temporaneo, per cominciare; e perché, seppur non certo simbolico (va dai 500 ai 700 euro circa), non è comunque sufficiente per mantenere un tenore di vita più che dignitoso. Che sarebbe invece raggiunto con un lavoro e con uno stipendio. Ora, se è sbagliato – e lo è – lamentarsi del fatto che i giovani abbiano meno voglia di lavorare di un tempo, allo stesso modo sarebbe fuorviante impostare la dinamica tra domanda e offerta di lavoro come una contrapposizione tra padroni egoisti e lavoratori sfruttati. Ogni impresa che ha successo porta profitto alla sua proprietà, questo è chiaro; in più, e proprio per questo, può però permettersi di produrre reddito per i suoi dipendenti, risorse per le casse dello stato, indotto per i territori dove opera. In numero crescente, le imprese si preoccupano di implementare piani di responsabilità sociale: cura dei parchi, costruzione di infrastrutture, investimenti dedicati ai più giovani. Per qualcuno si tratta solo di specchietti per allodole. Al contrario, è una vera e propria ripresa dei programmi di investimento sociale svolti dai grandi industriali del secolo scorso, che costruivano interi villaggi, quartieri, scuole, ospedali (il nord Italia ne è ancora pieno) per accogliere lavoratori da ogni parte d’Italia, specialmente dal sud, a partire dall’Unità d’Italia in poi. Il reddito di cittadinanza non incentiva l’occupazione. Che questo effetto sia un problema tecnico o che sia politicamente voluto, interessa poco. A fronte di prospettiva di crescita ridimensionate dall’inflazione e dalla guerra, questo paese ha disperatamente bisogno di lavoro. Ha bisogno di uscire da una visione emergenziale, contrastata a colpi di bonus, per entrare in una visione di sviluppo di medio e lungo periodo. L’assistenza deve tamponare periodi brevi di assenza dal lavoro e deve disincentivare il meno possibile la ricerca di una occupazione stabile. Forse, come suggerisce il ministro per il turismo Garavaglia, mantenere una percentuale di reddito per chi accetta un impiego potrebbe essere la soluzione. Ma sarebbe una soluzione davvero costosa e forse eccessivamente elettorale: una misura che questo paese davvero non si può permettere. Se davvero si vogliono investire risorse nella lotta alla povertà e alla disoccupazione, se davvero si vuol passare dalla logica emergenziale a quella dello sviluppo, la soluzione non può essere che il taglio del cuneo fiscale, così da poter lasciare stipendi più elevati ai lavoratori e oneri meno pesanti alle imprese. Sarebbe la strada maestra per uscire dalla politica dei bonus: una promessa che anche questo governo non è ancora riuscito a mantenere. 

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