Vittorio E. Parsi

Prove di forza/ Il dialogo che è mancato nell’incontro Biden-Putin

di Vittorio E. Parsi
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Mercoledì 8 Dicembre 2021, 00:57


Come evitare “una guerra su due fronti” o, per lo meno, come evitare una escalation contemporanea nelle tensioni con Cina e Russia? È questo il dilemma di Joe Biden e degli Stati Uniti, che scontano due errori prospettici che rimontano – per lo meno – al secondo mandato di George W. Bush e che da allora non sono mai stati corretti: l’illusione che il (presunto) declino russo fosse più rapido dell’incontenibile ascesa cinese e che l’Europa e la Nato potessero giocare un ruolo maggiormente attivo di quanto fin qui non sia stato. Washington non detta i tempi e neppure l’agenda di rivali alleati.

La Russia di Putin ha perseguito un costante piano di rinnovamento del proprio strumento militare e si è rivelata assai meno vulnerabile sul piano economico e finanziario di quanto a Washington (e Bruxelles) pensassero. Anche dal punto di vista della sua stabilità interna, Vladimir Putin ha dimostrato che gli autocrati hanno sempre a disposizione un’arma decisiva di fronte al possibile montare di un’opposizione politica significativa: innalzare il livello della repressione. Il caso Navalny è paradigmatico. 
Se poi consideriamo chi, tra Washington e Mosca, ha avuto più successo nell’interferire nelle dinamiche politiche del rivale, basta ripensare al Russiagate e a tutto quello che ha gravitato intorno all’elezione e alla mancata rielezione di Donald Trump.

Dopo quasi un decennio dall’annessione della Crimea, dal decisivo ritorno di Mosca in Medio Oriente e dalle sanzioni occidentali, la Russia è oggi più forte militarmente, meglio assestata strategicamente (con un’impronta mediterranea che le mancava da quasi quarant’anni) e con più riserve valutarie che mai. 
Nel frattempo, il suo legame con Pechino si è intensificato e la sua capacità di esercitare pressione sulla Ue è sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi cinque anni, mentre da un lato, con Macron, l’Europa ha rivendicato la consapevolezza di una maggiore soggettività politica e militare dall’altro, con Angela Merkel, ha continuato sul sentiero suicida della dipendenza energetica da Mosca. 

Il paradosso è che l’Unione Europea gioca oggi un ruolo chiave nella grande strategia di Biden, che si propone – non senza contraddizioni, si pensi al caso della commessa di sommergibili francesi annullata dall’Australia – di coinvolgere gli alleati atlantici nel contenimento globale della Cina. L’assertività mostrata sul dossier ucraino è rivelatrice di quanto Mosca si concepisca invece come una grande potenza di rango analogo a Washington e Pechino, oltre che ovviamente superiore all’Unione Europea e ai maggiori Paesi che la costituiscono. La Russia sta deliberatamente avvalorando l’ipotesi che nei prossimi mesi potrebbe tentare un’operazione militare su vasta scala contro Kiev, con lo scopo evidente di dimostrare l’inefficacia della deterrenza americana e occidentale proprio sulla soglia della Nato. 

E non per caso minimizza la portata di quel vertice telematico tra Biden e Putin che, viceversa, l’amministrazione democratica statunitense aveva voluto improvvidamente enfatizzare. Ovviamente, la partita è complicata dal fatto che tanto Kiev quanto i separatisti filo-russi in Ucraina potrebbero tentare di trascinare i propri patroni in un’escalation molto pericolosa. L’impotenza occidentale rischia di mandare a Mosca e soprattutto a Pechino il peggiore dei segnali, mentre svela la difficoltà strategica di Washington e l’irrilevanza europea. 

Sarebbe un pessimo risultato anche rispetto al dossier di Taiwan in grado di produrre due conseguenze: accelerare una possibile escalation nel Pacifico e rinsaldare l’intesa delle grandi potenze autoritarie. Proprio nel momento in cui la supremazia politica, economica e persino militare dell’Occidente è messa così drammaticamente alla prova, è fondamentale che Stati Uniti ed Europa mandino un segnale di inequivocabile fermezza, chiarendo che qualunque avventurismo andrà incontro a conseguenze tanto serie quanto permanenti, anche con l’inverno alle porte. Dure, massicce ed estese sanzioni economico-finanziarie sono il primo strumento a cui fare ricorso: mostrare qualunque esitazione adesso, rischierebbe di avvicinare un futuro scenario da incubo.

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