Paolo Pombeni
​Paolo Pombeni

Pretese diverse/ Le troppe anime che fiaccano la protesta

di ​Paolo Pombeni
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Sabato 10 Febbraio 2024, 00:30

La protesta dei trattori mette il paese davanti ad alcuni nodi che non riguardano soltanto la pur seria questione delle sofferenze che toccano la nostra agricoltura, le quali trovano anche un riconoscimento, forse per ampiezza inaspettato, presso l’opinione pubblica (lo si deve probabilmente tanto ad un ritorno di valorizzazione del lavoro dei campi quanto ad una certa compostezza della protesta che sinora non ha ecceduto evitando ribellismi violenti). Cosa impedisce dunque una rapida presa in carico da parte del sistema politico (governo, ma non solo) delle richieste che sono portate sulla scena dal movimento dei trattori?

La prima risposta è la frammentazione delle componenti di questa protesta che è divisa fra molte sigle, alcune storicamente presenti nel mondo agricolo, altre e non poche nate da uno spontaneismo di base fatto di gruppi più o meno regionalizzati. Confrontarsi con questo universo così variegato, in parte almeno guidato da leader improvvisati con conoscenze relative del quadro complessivo in cui vanno inquadrate le trattative, diventa difficile. E sorvoliamo sul fenomeno, che al momento sembra marginale, di qualche infiltrazione del ribellismo professionale nelle pieghe della protesta. Il quadro deriva tanto dalla crisi generale dei sistemi di rappresentanza, in particolare dei partiti tradizionali, quanto dal generale fenomeno di frammentazione che caratterizza le società del nostro tempo. 

Quando funzionavano i grandi partiti di massa, il mondo agricolo si organizzava al loro interno. Non è solo il caso della mitica Coldiretti dell’on. Bonomi, una potenza dentro la Dc, ma anche quello del sistema cooperativo pur articolato fra mondo cattolico, mondo social comunista e in qualche parte d’Italia anche repubblicano e socialdemocratico. L’agire nel contesto dei partiti consentiva sia il dialogo/confronto coi vari sistemi di governo (nazionali e locali) sia l’educazione delle varie componenti a sentirsi parte di un disegno più generale che ne modulava le richieste più settoriali. Oggi quei canali di inquadramento si sono disseccati e anche dove permangono le antiche sigle non si tratta più di articolazioni specialistiche di un disegno generale, ma piuttosto di organizzazioni di natura neo-corporativa. Certamente esse sono comunque maggiormente in grado di inquadrare la loro azione sindacale dentro interessi più larghi, mentre le piccole o medio-piccole aggregazioni sorte sulla spinta di un fenomeno di partecipazione alle proteste fanno più fatica a ragionare in termini di compatibilità di sistema (poi qualcuna si sforza di farlo con qualche risultato apprezzabile, altre scivolano nel ribellismo contadino di antico stampo).


Come si diceva, la frammentazione è un fenomeno generale delle nostre società cosiddette avanzate, nelle quali si danno per scontate e immutabili certe conquiste generali e di conseguenza si crede possibile esigere una loro continua crescita declinata sugli interessi specifici del proprio piccolo mondo. Ciò rischia di essere particolarmente vero per un contesto come quello dell’agricoltura dove la parcellizzazione delle aziende è ancora alta, la dimensione media piuttosto contenuta, le differenze fra le varie zone del paese notevoli, comprensibilmente per la specializzazione produttiva dovuta alle differenze di clima e di tradizioni colturali.
La dimensione ridotta e talora minima delle imprese agricole è stata un problema storico del nostro paese, pur essendo noto nella storia che solo proprietà di una certa estensione potevano essere economicamente solide.

Da secoli per esempio nel Sudtirolo/Alto Adige vige il principio del “maso chiuso” per cui la proprietà si trasmette solo al primogenito proprio per non consentire il progressivo frazionamento delle aziende agricole, così come invece è successo in territori limitrofi dove si è via via arrivati a poderi piccoli e non in grado di reggere in termini economici. Oggi nuovamente assistiamo, pur nella quasi scomparsa della piccola proprietà, a problematiche assai diverse fra le aziende agricole di dimensioni notevoli e quelle medie e ciò incrementa fratture e tensioni interne al settore.


Un ultimo e non banale problema riguarda il reperimento delle risorse a sostegno di un settore che vede costi crescenti e guadagni ridotti, anzi talora perdite, per il prezzo basso che si paga al produttore per beni che poi il consumatore finale paga quattro volte tanto quando li acquista in negozio (e tralasciamo per un attimo il tema della concorrenza sleale che arriva da un commercio internazionale dei prodotti agricoli provenienti da paesi senza regole e con costi del lavoro incomparabili). Intervenire su questi terreni è tutt’altro che facile, per due semplici ragioni. La prima è che le risorse per sussidiare l’agricoltura debbono essere trovare nella coperta corta del bilancio pubblico, cioè per essere destinate a quel comparto vanno sottratte ad altri. Come si sa, tutti sono solidali coi bisogni altrui, a patto che ciò non significhi ridurre i propri. La seconda è che mettere sotto controllo i flussi agricoli dal commercio internazionale vuol dire poi accettare che i paesi toccati dalle limitazioni rispondano mettendo limiti alle nostre esportazioni in altri settori (ma in molti casi anche per prodotti di eccellenza dell’agro-alimentare): una spirale il cui innesco presenta non pochi rischi.


Tutto ciò significa che la protesta dei trattori è sintomatica di un problema serio che non va sottovalutato, ma che non potrà essere tacitato con qualche intervento spot, come purtroppo non dispiacerebbe a una parte delle sigle che protestano e ad un po’ di politica che pensa più al voto da raccogliere domani che non ai problemi che dovrà di conseguenza affrontare dopodomani. Con uno sforzo di responsabilità politica generale a livello di sistema si potrebbe invece farne una occasione per avviare una onesta operazione di riequilibrio in un’ottica di difesa dell’interesse generale.
 

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