Vincenzo Lippolis

Principi violati/ Perché la Carta boccia l’ipotesi del Presidente “a tempo”

di Vincenzo Lippolis
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Venerdì 31 Dicembre 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 01:43

La prossima elezione del nuovo Presidente della Repubblica è oggetto di una valanga di indiscrezioni, di commenti e di supposizioni. Fra i molti scenari tratteggiati è comparso anche quello di eleggere una figura di transizione, una sorta di capo dello Stato a tempo, pronto a farsi da parte prima della scadenza costituzionale dei sette anni ove la congiuntura politica lo richiedesse. A parte il fatto che al momento dell’elezione è impossibile porre al mandato presidenziale un termine più breve di quello stabilito in Costituzione, l’idea non si giustifica anche se si trattasse di un’intesa politica non vincolante sotto il profilo giuridico.

La durata del mandato presidenziale stabilita dall’articolo 85 della Costituzione, più lunga di quella delle Camere, ha una sua ratio ben precisa. Il Presidente “rappresenta l’unità nazionale” (art. 87). Egli svolge una funzione di garanzia ed è il simbolo e il garante della continuità dello Stato. La durata particolarmente lunga della sua permanenza in carica ha la finalità di porlo al di sopra di vicende e lotte politiche contingenti, di scollegarlo dalla maggioranza parlamentare che lo ha eletto, di esercitare le sue funzioni in piena indipendenza da qualsiasi maggioranza si formi in Parlamento, di dare stabilità al vertice dello Stato.

Questa era l’idea dei nostri costituenti, che è espressa dalle parole del relatore Tosato nel pronunciarsi contro un emendamento presentato da Nitti e volto a stabilire la durata della carica in quattro anni similmente al presidente degli Stati Uniti: «Il fatto che il Presidente sia eletto per sette anni, serve a soddisfare l’esigenza di una certa permanenza, di una certa continuità nell’esercizio delle pubbliche funzioni, mentre contribuisce a rafforzare l’indipendenza rispetto alle Camere che lo eleggono. Che le Camere si rinnovino e il Presidente resti significa svincolare il Presidente dalle Camere, dalle quali deriva, e rinvigorirne la figura». 

Queste ultime parole ci devono mettere sull’avviso riguardo ad un corollario dell’idea di un Presidente a tempo: collegare l’elezione presidenziale con la prima attuazione della riforma sulla riduzione del numero dei parlamentari. Poiché nel 2023 (sempre che la legislatura giunga al suo termine naturale) avremo Camere completamente rinnovate nelle dimensioni, il Presidente eletto da quelle attuali perderebbe la sua rappresentatività. A gennaio si dovrebbe quindi eleggere un personaggio pronto a farsi da parte e a consentire così che il vertice delle nostre istituzioni sia espressione del Parlamento uscito dalle urne.

E’ un’ipotesi da respingere. Contro di essa vale non solo quanto già detto sul significato della durata del mandato presidenziale, che dovrebbe essere disgiunto da quella del Parlamento, ma anche la considerazione che le Camere attuali non sono in nulla delegittimate dalla riforma della riduzione del numero dei parlamentari. Continuano ad esercitare pienamente le loro funzioni tra le quali rientra, per la scadenza temporale, l’elezione del Presidente. Se volessero potrebbero cancellare quella riforma e ritornare alla composizione numerica attuale. Anche se l’ipotesi appare irrealistica sotto il profilo politico, essa conferma la piena legittimazione e rappresentatività delle Camere e di conseguenza la piena legittimazione e rappresentatività del Presidente che esse eleggeranno.

Né la riduzione dei componenti di per sé muta la natura del Parlamento e delle sue funzioni. Essa potrà avere conseguenze sul piano politico-partitico (peraltro dipendenti in buona parte dal sistema elettorale con cui si voterà), ma non su quello del ruolo costituzionale delle Camere, a meno di nuovi interventi di riforma. 

Infine, chi può con certezza assicurare che la legislatura giungerà al suo termine naturale? E se vi fosse una crisi che conducesse ad uno scioglimento anticipato, il Presidente eletto da questo Parlamento dovrebbe dimettersi dopo qualche mese?

E’ ovvio che il Presidente può dimettersi non solo per motivi di salute, ma anche in relazione a contingenze o scadenze politiche o istituzionali. Tuttavia collegare in partenza la sua elezione a dimissioni in occasione di una di tali scadenze ne indebolisce il prestigio e l’autorità in contrasto con quanto i costituenti avevano voluto.

Argomenti a favore non si possono trarre dal secondo mandato di Napolitano. Certo era ragionevole pensare che non sarebbe giunto alla scadenza naturale, anche perché lo stesso Napolitano al momento del giuramento aveva precisato che egli avrebbe esercitato il suo mandato fino a quando la situazione del Paese glielo avesse suggerito e comunque le forze glielo avessero consentito. Tuttavia la prospettiva delle dimissioni era fatta balenare per spingere le forze politiche a realizzare un programma di riforme istituzionali alle quali Napolitano aveva collegato la sua elezione. Non si trattava però di un termine preciso e certo. Le riforme avrebbero avuto bisogno di un tempo non definito. Ed infatti alla fine il Presidente dichiarò «di non poter oltre ricoprire la carica» perché aveva il «dovere di non sottovalutare i segni di affaticamento e le incognite» che esse racchiudevano. In sostanza, dimissioni motivate dalle sue condizioni fisiche. Una situazione ben diversa dall’incastro che si vorrebbe costruire in relazione alla riforma della riduzione del numero dei parlamentari.

L’idea di una sorta di Presidente a tempo (e ancor più quella di un capo dello Stato eletto dalle Camere entranti) non è in consonanza con il disegno costituzionale. Si rende instabile il vertice delle istituzioni e si fa dipendere la scelta del Presidente da maggioranze variabili con il succedersi delle legislature.

Forti ragioni giuridiche e di opportunità portano a concludere che il Parlamento in seduta comune ha il diritto e il dovere di eleggere un Presidente che ricopra la sua carica senza condizionamenti temporali.
 

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