Francesco Grillo
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Pnrr superficiale/ L’occasione sfumata di cambiare un sistema

di Francesco Grillo
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Lunedì 10 Gennaio 2022, 00:39

Un milione centocinquemila seicento diciannove dipendenti. Se consideriamo anche i supplenti e il personale ausiliario e escludiamo quella “paritaria”, la Scuola italiana è – secondo i dati del Ministero dell’Istruzione - la diciassettesima più grande organizzazione del mondo per numero di lavoratori. Bastano questi numeri per dare contezza di quello che è il problema più grosso dell’Istituzione alla quale è affidata la più formidabile leva di crescita economica potenziale che abbiamo a disposizione (la chiusura delle scuole nel 2020 è costata – secondo le stime della Banca Mondiale - in termini di Pil futuro il doppio quasi di quanto il Pil sia diminuito in quell’anno) e di coesione sociale (perché è quasi solo la scuola pubblica che tiene insieme un Paese che rischia di spaccarsi in mille diseguaglianze). Il problema è, infatti, semplicemente che un’organizzazione così complessa e in un Paese così lungo non può essere gestita centralmente da un Ministero.

La vera riforma di cui la Scuola ha bisogno è quella di dare strumenti e autonomia ai singoli istituti scolastici. Il caos che probabilmente sta per esplodere tra insegnanti e studenti in queste ore, è solo l’ennesimo riflesso di un problema organizzativo che nessuno ha avuto il coraggio di affrontare.
Il decreto legge con le misure di contenimento del Covid 19 nelle scuole interviene tardi e in maniera parziale rispetto alla raccomandazione di Mario Draghi di dare alla scuola priorità assoluta. Tardi perché la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale è arrivata il giorno lavorativo precedente a quello della data prevista per il ritorno nelle aule e ciò significa che misure come quella che rende gratuiti i tamponi per diminuire i contagi, non possono essere attivate prima che i contagi esplodano. Ma anche con forza non sufficiente a risolvere i paradossi che hanno messo il diritto allo studio di milioni di studenti (tra i 12 e i 19 anni, i vaccinati sono il 70%) dietro alla libertà individuale di chi ha deciso di non vaccinarsi. 

Pochi sanno, infatti, che, per effetto di un intervento del garante della privacy, ad un adolescente viene chiesto di esibire le certificazioni verdi per accedere ad una pizzeria ma non per entrare nella propria aula. Che per dieci diverse malattie quasi eradicate, esistono da anni obblighi vaccinali per iscrivere i bambini alla scuola dell’infanzia e a quella elementare, mentre dopo due anni ciò non si applica per la pandemia che ha fermato tutto. Il decreto affronta il primo problema della “privacy” introducendo per uno studente che voglia accedere in una classe che ha accolto due positivi, l’obbligo di dimostrare di non essere sottoposto a quarantena secondo le nuove regole. E, tuttavia, non si capisce perché ciò non valga anche per chi ha avuto più di due contatti in classe, laddove può – con una mascherina – andare al cinema o in palestra. 

Le difficoltà di chi ha scritto il decreto riflettono però antichi problemi di tipo organizzativo e politico. Del resto, è un errore persino parlare di emergenza pandemica come se essa sia la stessa dovunque: in grandi città e in campagna; in regioni che hanno Asl che funzionano ed altre dove non rispondono neppure al telefono. Troppo fragili e troppo poco autonome sono però le scuole italiane per adattarsi a situazioni diversificate. I dirigenti scolastici sono poco più di ottomila e, dunque, ogni istituto scolastico ha mediamente un solo coordinatore per 130 dipendenti e mille studenti. In qualsiasi altra organizzazione il responsabile sarebbe affiancato da una struttura dedicata. Alla responsabilità non corrisponde, del resto, alcun potere: anche solo per sostituire il vetro di una finestra, la scuola deve aspettare l’intervento dell’ente locale al quale appartiene l’immobile che la ospita. 

È lo stesso Pnrr, però, che dimentica di approfittare dell’occasione storica per realizzare la riforma – quella dell’autonomia – centrale e restata sulla carta da vent’anni (furono i ministri Bassanini e Berlinguer i primi a introdurre la nozione). Nonostante il prestigio di Draghi, la politica è purtroppo debole: a qualsiasi decisione si arriva attraverso mediazioni infinite e negli ultimi cinque anni, il Ministro dell’Istruzione è cambiato cinque volte (Fedeli, Bassetti, Fioramonti, Azzolina e Bianchi). In queste condizioni quella che doveva essere una grande occasione di innovazione (avremmo potuto misurare con precisione quando la didattica a distanza può diventare strumento per integrare quella in presenza) diventa una palude.
La memoria dei più prestigiosi Licei italiani ricorda come durante la seconda Guerra mondiale, furono intere comunità a stingersi attorno alle proprie scuole per lasciarle aperte (tranne che per tre mesi tra il 1942 e il 1943). E come da quell’esperienza l’Italia trasse la forza per ripartire ricominciando dalla scuola. Dovremmo recuperare il ricordo di quella spinta ideale che ci portò ad una vera, grande ricostruzione.

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