Mario Ajello
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I partiti e l’Europa | L’occasione che la politica non può sciupare

di Mario Ajello
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Martedì 24 Maggio 2022, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 00:41

Guai a non cogliere un segnale importantissimo, anzi una vittoria per l’Italia in una partita molto dura, che giunge da Bruxelles e che soltanto uno scarso amor di patria, da parte di chi da noi preferisce la propria fazione politica piuttosto che gli interessi generali, potrebbe - ma speriamo fortemente di no - vanificare. 
È insomma un successo avere ottenuto il rinvio per un anno del Patto di stabilità, interrotto due anni fa a inizio pandemia e la sospensione viene confermata fino a fine 2023, che significa avere più tempo e maggiori possibilità, fuori dai vecchi criteri rigoristici, per dare fiato alla nostra economia e avviarsi con tenacia e lungimiranza verso una ripresa e una crescita che sono tanto più necessarie dopo la lunga stagione del Covid e in questa fase di crisi internazionale che si ripercuote sulla vita materiale dei cittadini del nostro Paese. 
Non è una vittoria, questa dell’Italia, arrivata a caso o soltanto un passaggio burocratico. Ma il frutto di un impegno intenso in Europa di Draghi e di Gentiloni, commissario Ue, perché la flessibilità continuasse e del resto non potrà che continuare anche quando verrà ristabilito il Patto si stabilità che non potrà essere quello di prima. 
E intanto un po’ di respiro in più è una boccata per l’Italia che deve indurre a un moderato ottimismo, e che rappresenta una chance da non sprecare e una sollecitazione al Sistema Italia perché colga l’occasione che viene dalla Ue e la traduca in un surplus di impegno produttivo e creativo, in uno sforzo supplementare per darci riforme e speranze. Avere la cinghia più larga, almeno per un altro po’ di tempo, è condizione sufficiente per non farci irretire dal richiamo della foresta delle divisioni interne tra partiti, per rimboccarci le maniche, per non farci bloccare nella palude del bla bla politichese che non offre soluzioni di crescita e al contrario tarpa le ali a una nazione che - lo ha detto Draghi giorni fa - ha bisogno di essere ottimista. 
Guardando al futuro come chance e non come rischio, e considerando il domani che è già oggi come il luogo giusto su cui approdare senza più le catene dei conservatorismi, dei corporativismi (si veda il caso del contestatissimo decreto Concorrenza), della malafede ideologica (come nel caso di M5S contro il termovalorizzatore della Capitale), della demagogia archeologica (quella che ancora combatte pateticamente contro la Tav, tra l’altro raccomandata dalla Commissione Ue («Rappresenterebbe un passo importante verso la mobilità sostenibile») e di tanti altri impacci tipicamente italiani o almeno di un certo tipo d’Italia, sia partitica sia antropologica, che si attarda nello status quo senza capirne l’effetto penalizzante per tutti. 
Con l’ulteriore sospensione del Patto di stabilità, annunciata da Gentiloni e Dombrovskis, ci si può dunque avviare con più agilità nel percorso di crescita e di rientro dal debito e non è affatto poco. Ma questa strada, che è quella tracciata dal Pnrr, dev’essere sgombra da capricci politicistici e da impuntature elettoralistiche. I Salvini e i Conte sono avvertiti, ma anche tutti coloro che - per esempio rispetto all’invasione russa dell’Ucraina - rifiutano la linea europeista e atlantista, sproloquiano all’insegna del né-né (non con Putin ma neppure con la Nato) e rischiano di mettere l’Italia in una posizione di isolamento: occorre non sprecare l’anno in più di sospensione del Patto di stabilità e non mettersi nella condizione per cui i fondi del Pnrr, già stabiliti, ci vengano negati. Il contratto è stringente. Ogni tranche di denaro Ue è legata alla realizzazione di misure concrete. La lista delle riforme che vuole Bruxelles è chiara e difficilmente contestabile, esse guardano alla pratica delle esigenze dei cittadini: cambiare la pubblica amministrazione, la giustizia, il sistema della concorrenza. Siamo politicamente capaci di fare tutto ciò? Dobbiamo esserlo, in nome dell’Italia, anche se le convenienze delle varie botteghe di Palazzo sono - in una logica di breve periodo, più da cronaca che da storia - altre. Ma elevarsi oltre il proprio ombelico per guardare a un’orizzonte più ampio è il quid di ogni buona politica. E non si vede perché noi dobbiamo esserne privi, visto che è in gioco l’avvenire comune e che il famoso contratto con la Ue da 200 miliardi è stato firmato lo scorso anno da tutti e non bocciato neppure dall’opposizione di Fratelli d’Italia. 
E allora? Guai a perdere tempo (un anno in più è oro), soldi e credibilità. Populismi e politicismi devono essere considerati retaggi del passato (e non il migliore) e quello che ha detto il Presidente ieri sulla mafia, nel trentennale della strage di Capaci, può valere come un ulteriore spinta a mostrarci e ad essere seri. Rispetto a trent’anni fa, l’Italia non è minimamente più somigliante a quella che Falcone Borsellino cercavano di difendere. È più libera dalla criminalità, anche se non va abbassato il livello di allarme e di mobilitazione, e più moderna in tutto. Non vale la pena, con grande determinazione e orgoglio e senza piccoli calcoli o troppe ansie da consenso, puntare su noi stessi?

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