Pio d'Emilia
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Oriente Furioso/ Giappone, triste record di bimbi abbandonati

di Pio d'Emilia
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Lunedì 23 Maggio 2022, 00:03

L’abbandono dei neonati è una piaga che continua a perseguitare le nostre società. Nessuno sa bene quali siano i numeri, ma pare che dopo essere per molti anni diminuiti, ultimamente siano di nuovo in aumento. Ogni società ha i suoi “sistemi”, legati alla tradizioni sociali, culturali, religiose. In Italia abbiamo (sì, esistono ancora, sono oltre una cinquantina, in tutto il Paese) la “Ruota degli Esposti”: i neonati vengono depositati in una sorta di culla girevole posta all’esterno di una chiesa che può essere sospinta all’interno. Di recente ne è stata istituita una più moderna (e sicura, dato che si trova in un ospedale) presso il Policlinico Casilino, a Roma: l’hanno chiamata “culla per la vita”.


Anche in Giappone c’è una “culla per la vita”. Ma una sola. Si chiama “Kounotori no Yurikago”, “culla della cicogna bianca” e si trova presso l’ospedale Jikei di Kumamoto, nel profondo sud del Paese. Ma è poco utilizzata. Istituita nel 2007 grazie all’iniziativa di un medico cattolico, ha “salvato” poche decine di bambini. Nessuno, negli ultimi 3 anni. Purtroppo, in Giappone, il dramma dei bambini non desiderati – sia subito dopo il parto che in seguito – viene spesso affrontato in modo crudele e violento. Abbandonandoli, nella maggior parte dei casi. O sopprimendoli. 


Un fenomeno che è stato raccontato a suo tempo in romanzi scioccanti come “Coin locker baby” di Ryu Murakami (la storia di due bambini abbandonati in un armadietto della stazione, peraltro riusciti a sopravvivere). E che nel 1988 ha registrato il caso forse più grave degli ultimi anni: una signora di Sugamo, quartiere popolare di Tokyo, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di abbandonare i suoi 5 figli in un appartamento, scappando con il suo nuovo fidanzato (che non sapeva nulla). Ci vollero mesi prima che i vigili del fuoco facessero irruzione e trovassero tre dei 5 bambini morti e gli altri due in condizioni gravissime. Uno dei pochi casi che, di recente, ha davvero sconvolto l’opinione pubblica giapponese. Il famoso regista Hirokazu Koreda ne ricavò anche un film presentato a Cannes nel 2004.


«In Giappone un bambino su sei vive in povertà - spiega lo scrittore e sociologo Satoshi Kamata – è una percentuale condivisa da molte società industriali, ma negli ultimi tempi è aumentata di molto: nel 1992, dieci anni fa, era circa la metà». Certo, crescere un figlio in Giappone costa molto: a cominciare dal parto, che non essendo considerato una “malattia” o un’emergenza medica, in genere non è completamente rimborsato dal pur estremamente efficiente sistema sanitario pubblico. In media, partorire costa circa un milione di yen (800 euro). Ma è il contesto sociale ed economico che da molti anni “frena” le coppie giapponesi dal mettere al mondo i figli: e infatti il Giappone, con l’Italia, è uno dei Paesi con il più basso e preoccupante indice di crescita demografica. In Giappone, anche a causa dell’assenza totale di educazione sessuale nelle scuole, l’aborto, soprattutto tra i giovanissimi, è molto diffuso. Ufficialmente parliamo di oltre 150 mila aborti l’anno ma il numero reale è probabilmente più del triplo. 


Anche in Giappone, come in gran parte del mondo civile, l’infanticidio è reato: la pena prevista è 5 anni di reclusione. Ma difficilmente viene perseguito e quando lo è in genere si concede la libertà condizionata. L’abbandono dei figli, in tutte le sue modalità, è uno dei tanti fenomeni di cui i giapponesi sono sì consapevoli, ma di cui non amano parlare. Sono quelli che nel linguaggio occidentale chiamiamo “tabù”. «Il punto è che nelle società moderne dovrebbe essere lo Stato a intervenire, assicurando istruzione e adeguate strutture, per intervenire comunque – continua Satoshi Kamata – ma questo da noi ancora non avviene. E se avviene, i cittadini sono restii ad usufruirne. I figli sono ancora considerati una sorta di proprietà esclusiva dei genitori, e più che al loro bene oggettivo prevale il senso di vergogna, di stigma sociale. E’ ancora molto difficile che una donna si rechi spontaneamente presso una struttura pubblica, che pure esistono, e chieda aiuto». 
E poi l’adozione. Il Giappone è uno di Paesi in cui si adotta di più: 80 mila l’anno. Peccato però che oltre il 90% sono adozioni di adulti: il sistema, che ha una lunga e tutt’ora diffusa tradizione, si chiama “muko -yoshi”, e consiste nell’adozione di un giovane adulto – marito/fidanzato di una figlia, ma non necessariamente – da parte di una famiglia benestante che non ha eredi maschi cui lasciare le proprietà o il business. I bambini invece non li vuole nessuno. Difficile che i genitori biologici, che pur li hanno abbandonati, ne autorizzino l’adozione (nell’improbabile speranza che prima o poi possano riprenderseli), ancor più difficile trovare coppie “normali” che li vogliano adottare. E quindi, cosa succede ai bambini abbandonati che nessuno vuole? Molti (attualmente sono circa 40 mila) crescono negli orfanotrofi in ambienti piccoli e promiscui che, appena maggiorenni, debbono lasciare. Altri, sempre di più, si arrangiano. Contando sulla “sicurezza” della società giapponese, la riservatezza e l’indifferenza, l’innato senso di dignità. Ma anche la solidarietà, non sempre scontata, dei cittadini. 


Come quella di Hiroshi Kondo, ex proprietario di alcuni ristoranti ora in pensione, fondatore di “Kodomo Shokudo”, una catena autogestita di mense per bambini abbandonati: «L’idea mi è venuta incontrando Takeshi, un ragazzino di 8 o 9 anni che gironzolava nel quartiere. L’ho avvicinato e non senza difficoltà sono riuscito ad instaurare un rapporto con lui. Mi diceva: non ha idea di quello che ho passato, e di quello che provo. Gli risposi che aveva ragione, ma che ci avrei provato a capirlo e aiutarlo». Ora Takeshi, diventato maggiorenne, è una sorta di manager dei “kodomo shokudo” regolarmente assunto. La sua storia, raccontata durante un programma tv ha commosso l’opinione pubblica. Speriamo che qualcosa si muova.

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