Il ruolo della politica/ Il Mezzogiorno e l’esigenza di una strategia condivisa

Martedì 28 Luglio 2020 di
Come rilanciare il Mezzogiorno grazie alla pioggia di soldi che arriveranno dall’Europa è un tema di discussione destinato a impegnare sempre più la politica italiana nelle prossime settimane. Tra gli effetti negativi dell’emergenza (prima sanitaria, poi socio-economica) prodotta dal nuovo coronavirus uno dei più vistosi ha infatti riguardato l’accrescersi dello storico divario (e delle antiche incomprensioni, frutto spesso di superficiali stereotipi) tra il nord e il sud del Paese. 

Un divario che in prospettiva potrebbe essere, se non definitivamente colmato, almeno significativamente ridotto – come sostenuto in questi giorni da molti osservatori e analisti – attraverso la messa a punto e la realizzazione di un grandioso piano di rilancio economico-produttivo del Meridione, reso appunto possibile dalle cospicue risorse finanziarie che l’Unione Europea ha destinato all’Italia per i prossimi anni.

Alcune indicazioni, in realtà piuttosto scontate e poco originali, sono già circolate: tra le grandi opere infrastrutturali è subito tornato d’attualità quel grande classico rappresentato dal Ponte sullo Stretto. Così come sono prontamente emerse le preoccupazioni (legittime) su come evitare l’assalto delle organizzazioni criminali alla diligenza che trasporterà i soldi europei, secondo un copione già visto nel passato in analoghe occasioni.

Ma il vero ostacolo che qualunque piano o progetto di rilancio del Sud deve affrontare, più che la mancanza di idee realmente nuove o la minaccia ricorrente dell’inquinamento malavitoso negli affari, è in questa fase soprattutto politico. E ha a che fare con la frammentazione crescente del nostro sistema politico e col ruolo declinante dei partiti politici e della loro capacità di mediazione. Il problema, in altri termini, è come, in quali sedi, con quali strumenti e in vista di quali obiettivi mettere a punto un piano straordinario per il Mezzogiorno che abbia un carattere strategico e innovativo. Che sia rispondente alle reali esigenze (e potenzialità) di quest’ultimo. E che non si risolva nel solito trasferimento di risorse pubbliche operato con finalità assistenzialistiche e clientelari, anche in questo caso secondo un copione già tristemente sperimentato.

Se in Italia ci fossero ancora partiti degni di questo nome, cioè autenticamente nazionali, radicati sul territorio e come tali in grado di raccogliere le richieste e le necessità provenienti dal corpo sociale e dalle sue diverse articolazioni, ad essi ci si dovrebbe affidare affinché le istanze del Mezzogiorno possano ottenere un adeguato ascolto e una soddisfacente risposta. 
Ma i partiti italiani odierni sono sempre più federazioni di interessi o semplici contenitori elettorali, dei quali gli stessi cittadini si fidano poco. Solo così, detto per inciso, si comprendono la popolarità e la forza raggiunte da Giuseppe Conte: coi partiti ridotti a fantasmi senza idee, a etichette senza programmi, a soggetti che dovrebbero dare una forma e un indirizzo alla società mentre invece si limitano ad assecondarne gli umori (ecco perché nei partiti è oggi possibile sostenere qualunque opinione, senza alcun vincolo di coerenza), le simpatie popolari si sono fatalmente concentrate su una personalità che non a caso non ha dietro di sé alcun partito e non è riconducibile ad alcuna forza politica organizzata. 

I partiti attuali sono, in altre parole, sigle all’interno delle quali oggi come oggi convivono – in un equilibrio inevitabilmente precario, che si riflette negativamente sulla tenuta stessa delle nostre istituzioni – le realtà più diverse: correnti e cordate, caciccati territoriali, gruppi affaristici, clan famigliari, clientele piccole e grandi, leader o aspiranti tali che tra loro non si sopportano, avventurieri d’ogni risma, saltafossi di professione, ecc. In strutture siffatte – dove non esiste più nemmeno una chiara catena di comando dal centro verso la periferia – rischia di avere voce in capitolo non chi ha politicamente le idee migliori o più brillanti, ovvero quelle più rispondenti agli interessi generali, ma chi sa usare meglio l’astuzia e il maneggio a beneficio proprio e dei suoi accoliti.

Proprio nel Mezzogiorno questa deriva personalistica, opportunistica e settaria del partitismo è particolarmente evidente. Ci si chiede allora chi e come possa nelle prossime settimane mettere a punto un progetto di rilancio di questa parte d’Italia che non sia soltanto un affastellarsi di richieste condizionate da un malinteso senso del localismo e dal vizio antico del clientelismo. 

La scommessa dei prossimi mesi e anni, per dirla con un gioco di parole, non è portare al Sud i soldi dell’Europa, per distribuirli a pioggia, ma portare il Sud in Europa attraverso politiche di effettiva modernizzazione dei suoi apparati produttivi e amministrativi (e dunque del suo stesso tessuto sociale). Ne nasce il problema – appunto politico – di come provare a conseguire un simile traguardo collettivo, per certi versi storico.

E qui entrano in gioco i Presidente di Regione, i cosiddetti ‘governatori’. Anche nel Mezzogiorno, la loro visibilità e il loro ruolo politico sono andati crescendo negli ultimi anni. Se è vero che alcuni di loro, durante la gestione della pandemia, hanno dato l’impressione di volersi arrogare funzioni e competenze persino eccessive, è anche vero che proprio l’eccesso di esposizione ha fatto aumentare le attese rivolte loro dai cittadini e le responsabilità, politiche e pubbliche, connesse al ruolo. Tra le quali si annovera anche, a questo punto, quella di far capire quali idee di sviluppo e crescita essi intendono perseguire grazie ai soldi che arriveranno dall’Europa. 

Finita l’emergenza vera e propria, siamo infatti in una fase nella quale a chi guida politicamente una comunità regionale è richiesto, non tanto di fare il fenomeno in televisione, quanto di assolvere con competenza e rigore i doveri connessi alle funzioni di governo. Rispetto al rischio (reale) che ogni singolo territorio del Mezzogiorno vada nelle prossime settimane per conto suo, sulla base di richieste particolaristiche e prive di una visione organica, ciò significa che forse sarebbe preferibile una collaborazione o alleanza sinergica tra i governatori del Sud dalla quale potrebbe scaturire, al di là delle diverse appartenenze ideologiche e di partito (peraltro ormai assai labili o puramente formali, qui più che nel resto d’Italia), un progetto comune di sviluppo, capace di integrare e armonizzare i diversi programmi d’investimento che si pensa di mettere in campo. 

Un simile coordinamento strategico tra i governatori delle diverse regioni meridionali sarebbe una novità salutare: un modo per fare sentire unitariamente e con autorevolezza la voce di questa parte d’Italia storicamente abituata a lamentarsi o ad accontentarsi di pretende in cambio di voti. Al tempo stesso, esso non prefigurerebbe, come si può pensare, una sorta guerra del Sud contro il Nord al fine di accaparrarsi più risorse possibili: sarebbe piuttosto un modo per mettere a punto una visione condivisa e di lungo periodo dello sviluppo del Sud rispettosa delle sue specificità, ma finalizzata anche a spendere bene, cioè senza sprechi o degenerazioni affaristiche, i soldi che ad esso verranno destinati.

Si riuscirà a perdere anche quest’occasione o stavolta prevarrà, più che il senso di responsabilità, la paura di un declino definitivo e irreversibile?  Ultimo aggiornamento: 00:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA