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Mario Ajello
Mario Ajello

La strategia M5S contro l’interesse di tutto il Paese

di Mario Ajello
6 Minuti di Lettura
Lunedì 20 Giugno 2022, 00:50 - Ultimo aggiornamento: 21:40

Guai a considerare lo scontro nei 5 stelle solo come una bega di partito, sia pure il più rappresentato ancora nel Parlamento italiano.

Se fosse unicamente questo, sarebbe poco interessante, specie in una fase in cui i cittadini italiani sembrano infischiarsene della cosiddetta politichetta ridotta a questa caricatura di se stessa, a causa della mancanza di credibilità del personale addetto e dell’inconcludenza e della rissosità dei protagonisti di uno spettacolo scadente. Nella guerra tra Conte e Di Maio c’è molto di più. E’ una vicenda che, spogliata dagli stucchevoli personalismi, io contro di te e tu contro di me, riguarda la collocazione dell’Italia in Europa e nel mondo; la sicurezza nazionale derivante proprio dalla nostra posizione nello scenario geo-politico; la qualità e l’affidabilità della classe dirigente; e, soprattutto, la stabilità di uno Stato, di un governo e di un’intera comunità di cittadini in una fase tremendamente delicata.

Tutti temi che non rientrano nell’asfissiante recinto quotidiano dei partiti e dei loro attori (io gli ho detto, lui mi ha detto e bla bla bla) e riguardano invece in senso largo il presente e il futuro del nostro sistema Paese. 
Far ballare oggi l’Italia, disconoscendo da parte di Conte l’operato del ministro degli esteri del suo partito e colpire lui per colpire Draghi o viceversa, è esattamente quanto un politico responsabile che abbia a cuore gli interessi della patria, e non unicamente le presunte convenienze personali e di eventuale carriera, non deve fare. Nell’Italia alle prese con una guerra che a suo modo è europea (stupendo il libretto di Milan Kundera appena pubblicato da Adelphi in cui viene citato il telex del direttore dell’agenzia di stampa ungherese pochi minuti prima che il suo ufficio e Budapest venissero invasi nel ‘56 dalle truppe sovietiche e sono parole che valgono anche per l’oggi: «Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa»), risulta lunare, per non dire anti-patriottico, bersagliare con fuoco amico la Farnesina e l’esecutivo.

Per non dire di quanto sia auto-lesionista creare una frattura così grave, con l’appoggio esterno di Salvini a Conte, non tanto in un partito ma in un tessuto alla vigilia di un autunno che si annuncia difficilissimo tra crisi energetica e sue ricadute, tra bollette e austerità, nella vita quotidiana degli italiani. 


Nell’Italia che viene da due anni di pandemia, i cui strascichi economico-sociali sono enormi e quelli sanitari tutt’altro che superati completamente e che è entrata in un’altra emergenza nazionale e internazionale, qual è il conflitto russo-ucraino di cui non si intravede neppure lontanamente la soluzione, sottoporre a stress il quadro istituzionale in nome della sopravvivenza di una leadership di partito mai davvero decollata e già svanita agli occhi dei più (tranne che a quelli del Cerchio magico dell’ex avvocato del popolo ormai deciso a dare voti ad altri come dimostrano le amministrative in corso e domenica ci sarà il ballottaggio in assenza di M5S da Nord a Sud passando dal Centro Italia) appare un riflesso condizionato da vetero-politica spacciata per neo-politica, rappresenta un classico esempio di logiche tradizionali da parte di un movimento, o almeno del suo presidente, che ancora agita la bandiera logora della diversità nella speranza di raccogliere ciò che resta del voto populista o alternativo. Terremotare un partito e mettere fuori gioco il suo esponente forse migliore o comunque che ha lavorato per esserlo (Grillo disse più o meno che i suoi discepoli tranne Di Maio sono tutte schiappe e su Conte: «Non ha capacità organizzative né visione politica») è il segno della miopia della politica andante che non sa guardare oltre il proprio ombelico. 


Ma fare tutto ciò, colpendo uno dei pilastri del governo nel momento in cui oltretutto ci sono da spendere gli oltre 200 miliardi del Pnrr e Draghi con i suoi ministri sta facendo di tutto per fare le riforme che ci consentono di averli, è un’aggravante in una situazione già di per sé grave e che meriterebbe di essere approcciata con un surplus di lucidità. Silurare il ministro degli esteri, euro-atlantista e non sensibile ai dubbi filo-putiniani, mentre il premier proprio su questa linea sta per andare al consiglio europeo del 23 e 24 giugno dove verranno prese decisioni importanti? Mettere a rischio il governo, sconfessando Di Maio, nel voto della risoluzione del 21 giugno in Parlamento, cioè domani, che potrebbe riunire i giallo-verdi, in un’alleanza spuria che non avrebbe altro collante se non quello della comune frustrazione da elezioni andate malissimo sia per M5S sia per la Lega? Gli italiani sono attoniti davanti a questo festival della fuga dalla realtà e dal buon senso.


C’è da chiedersi, tanto per cedere per un attimo alle beghe tra i due, perché Conte di Di Maio litigano. Perché Di Maio vuole appropriarsi del simbolo e della guida dei 5 stelle? No, non lo vuole affatto. Perché vuole restare in Parlamento? In realtà ha detto di sì al divieto del terzo mandato, che escluderebbe la sua ricandidatura (ma per lui, e non per i suoi, la deroga da parte di Conte è scontata). E dunque perché lo scontro? Forse perché Di Maio, in Parlamento dal 2013, oltre ad aver imparato dalla vecchia politica che proverbialmente «gli avversari stanno fuori dal partiti e i nemici dentro», ha anche appreso una serie di altre cose.

Queste: che le istituzioni vanno onorate imparando a frequentarle (prima di fare il ministro due volte è stato apprezzato vice-presidente della Camera e poi vicepremier); che non è vero che uno vale uno (chi studia e si applica va avanti, chi non lo fa resta nella dimensione propagandistica o nel ribellismo un tanto al chilo); che la politica è weberianamente una professione anche se l’Italia dell’incompetenza, dell’anti-politica e dell’egualitarismo anti-meritocratico non lo ammetterà mai; che l’infantilismo del credersi alternativi o del «chi contesta nel contesto / fa carriera assai più lesto» (secondo un simpatico scioglilingua) e altre demagogie sono merci avariate che gli elettori stanno finalmente riconoscendo come tali. 


Di Maio sta dicendo praticamente che il re è nudo. Ovvero che tutta la predicazione di cui lui stesso è stato magna pars (esempio: con il reddito di cittadinanza abbiamo abolito la povertà) è diventata inservibile e che certe pseudo-culture non possono avere spazio, specie in politica estera dove servono occhio preciso e polso sicuro e non vaneggiamenti, improvvisazioni e pose. Nello scontro interno ai 5 stelle si gioca dunque lo standing di un Paese e l’idea della politica. Non una lite da ballatoio o da tinello. Ma la spia ci ciò che l’Italia è stata nel decennio grillino e che rischia di continuare ad essere fuori tempo massimo.

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