Alessandro Campi
Alessandro Campi

M5S contro Pd/La nuova “sinistra” che insidia la sinistra

di Alessandro Campi
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Martedì 11 Ottobre 2022, 00:01 - Ultimo aggiornamento: 06:16

L’iperattivismo politico di Giuseppe Conte è un pressante invito al dialogo rivolto al Partito democratico o, piuttosto, un segnale aperto di sfida che i vertici di questo partito farebbero bene a non sottovalutare? Per dirla diversamente: Conte è per Enrico Letta (e per chi ne prenderà il posto) un potenziale alleato o un pericoloso concorrente?

“La seconda che hai detto”, risponderebbe Quelo-Guzzanti. E avrebbe ragione. Dalle urne è nata infatti una nuova sinistra, tale de facto se non per dottrina e storia, antagonista non del sistema ma di quella istituzionale rappresentata appunto dai democratici. E con una forza elettorale ben superiore a quella delle tante sigle nate e dissoltesi negli anni su posizioni che si volevano più radicali e intransigenti rispetto al riformismo del partito fondato nel 2007 da Walter Veltroni. 
Per il sistema politico italiano si tratta di una novità, sinora letta in termini puramente numerici e meccanici. Se Pd e M5S si fossero uniti, si sostiene, il centrodestra guidato da Giorgia Meloni non avrebbe vinto. Ne discende che alla prima occasione elettoralmente utile i due partiti dovranno fare fronte comune. Nel Pd c’è una corrente che caldeggia una tale convergenza sin dai tempi del governo giallo-rosso. Così come esiste un fronte giornalistico-intellettuale molto vasto che spinge nella medesima direzione. Probabilmente si tratta di uno sbocco obbligato, visto che il centrodestra, al di là delle polemiche interne, continua a mantenersi più unito di quanto non dicano i suoi avversari. Finché ci sarà una legge elettorale che incentiva le coalizioni, la sinistra divisa è destinata alla sconfitta. Anche se andrebbe ricordato che in politica quel che è sommabile sulla carta non sempre funziona nella realtà. Il M5S ha ottenuto voti anche facendo propaganda in aperta polemica col Partito democratico, che a sua volta ha mobilitato i suoi elettori, oltre che contro la destra, anche contro il populismo grillino. Ma avendo già governato insieme perché escludere che possano tornare a stringere qualcosa come un’alleanza più o meno organica? Specie se, al termine della battaglia congressuale, la segreteria del Pd dovesse finire ad un sostenitore del “campo largo” più convinto e motivato di quanto sia stato Letta.
Ma il problema come detto non è di numeri, ma di contenuti e prospettive. La questione, tutta politica, è a quali condizioni potrà eventualmente realizzarsi l’avvicinamento tra i due partiti visto lo spirito di competizione (e, in parte, di rivincita personale) che sembra animare Giuseppe Conte e considerato il cambiamento di scenario che si è realizzato col voto. Se nascerà una sinistra unita chi sarà l’egemone? 
Tra Pd e M5S, anche se il primo ha ottenuto più voti del secondo, le parti si sono infatti politicamente invertite. Prima del 25 settembre il movimento grillino sembrava privo d’una guida unitaria. Da mesi era dilaniato da lotte intestine e diaspore. Le sue scelte politiche erano ondivaghe e puramente tattiche, dettate dalla paura di aver imboccato un’irreversibile china. Oggi è invece il Pd che appare confuso e allo sbando. Letta si è dimesso e la battaglia per la successione, appena iniziata, non si sa bene con che regole verrà decisa e quanti partecipanti avrà. Il Pd è ad oggi una federazione di gruppi oligarchici e di potentati locali, laddove il M5S s’è trasformato in un’organizzazione strettamente controllata da Conte e dai suoi (nuovi) fedelissimi.
Anche la distribuzione del loro consenso sul territorio mostra l’affanno in cui si trova il Pd rispetto al M5S. Quest’ultimo ha ormai uno stabile insediamento nell’Italia meridionale. Il primo è stato invece scalzato da Fratelli d’Italia nelle zone del Centro Italia un tempo definite “rosse”. Non solo, ma si è visto sopravanzato dal neo-partito di Calenda nei centri storici delle grandi città e tra quel “ceto medio riflessivo” che era diventato la sua principale base valoriale. Il Pd, insomma, sembra aver perso tutti i suoi tradizionali presidi sociali e territoriali, quelli necessari a qualunque partito dal momento che rappresentano la riserva di voti che ti salva anche a fronte della sconfitta più dura.

Ma non basta. Il Pd odierno è in piena crisi d’identità sul piano ideale e progettuale. Si oscilla tra chi ne chiede lo scioglimento, chi ne mette in discussione nome e simbolo e chi invoca un ricambio radicale del suo gruppo dirigente ai diversi livelli. La questione generazionale (largo ai giovani) si incrocia con la questione di genere (troppo poche le donne elette in Parlamento), creando tensioni che sfiorano lo psicodramma e che spesso però nascondono solo lotte di potere e ambizioni personali.

Ci si chiede, con sempre più insistenza, quali siano i valori, i princìpi, gli ideali che dovranno guidare la sua azione futura. Ed è qui che nascono i problemi maggiori rispetto al M5S. Quest’ultimo infatti ha operato nel giro di due-tre mesi, dopo l’ascesa di Conte al ruolo di capo politico, un riposizionamento tattico-ideologico talmente abile da aver sottratto ai democratici molti dei temi sui quali eventualmente ricostruire la loro immagine di forza “progressista” più che genericamente “riformista”. Conte durante la campagna elettorale si è proposto come paladino degli italiani travolti dalle difficoltà economiche e a rischio di impoverimento, lasciando al Pd la difesa d’ufficio di una evanescente “agenda Draghi”. Nei giorni scorsi si è concesso il lusso di presentarsi alla manifestazione romana indetta dalla Cgil vestendo i panni di chi da sempre difende il lavoro e si batte contro disoccupazione e precariato. E da come è stato accolto dai manifestanti viene il sospetto che non pochi di loro siano stati suoi elettori o possano esserlo nel prossimo futuro.
Ma al Pd Conte ha sottratto anche altri temi un tempo canonicamente di sinistra: l’ambientalismo; la rivendicazione del ruolo dello Stato come garante di un’equa redistribuzione della ricchezza pubblica; la battaglia sui beni comuni; e da ultimo il pacifismo, pur con tutte le ambiguità ideologiche che questa posizione porta con sé. Ed è proprio su quest’ultima questione che si coglie la competizione crescente in corso tra M5S e Pd e si svelano le difficoltà nelle quali quest’ultimo sempre più si dibatte. Conte non ha esitato un attimo a cavalcare le mobilitazioni di piazza annunciate da diverse organizzazioni appartenenti al campo in senso lato progressista-pacifista. Avendo a suo tempo polemizzato col governo Draghi sull’invio di armi all’Ucraina è apparso subito più credibile, rispetto ad un Pd che ha invece sostenuto a spada tratta l’interventismo politico-militare dell’Occidente e della Nato. Che fare, a questo punto? Lasciare al M5S il monopolio della battaglia per la pace col rischio di perdere ulteriori consensi a sinistra?

Riposizionarsi in chiave pacifista a costo di assecondare umori anti-americani e un neutralismo peloso? Inutile nascondersi che nella scelta pacifista di Conte (e più in generale nelle mobilitazioni in corso) si nasconde una buona dose di ambiguità, nella misura in cui invocare la pace in questa fase della guerra, chiedendo la fine delle ostilità e un generico accordo tra le parti, rischia di essere una forma di oggettivo e indiretto sostegno al regime di Putin. Fatto sta che fiutando l’aria, con la paura di essere ancora una volta scavalcati a sinistra, non sono pochi gli esponenti del Pd che negli ultimi due-tre giorni hanno caldeggiato la necessità di scendere in piazza, magari facendosi scudo delle parole di monito e allarme pronunciate da Papa Francesco. Un riposizionamento, quello frettolosamente in corso ad opera del Pd, che potrebbe determinare un nuovo scenario politico e uno straordinario paradosso. Il coinvolgimento italiano nella guerra russo-ucraina potrebbe infatti diventare, più che le misure per contrastare l’emergenza energetica, il terreno su cui l’opposizione (politicamente guidata dal M5S, con la sinistra radicale e pezzi consistenti di Pd ormai al rimorchio) darà battaglia al governo nascente con l’argomento che solo con la pace, quale che sia e a qualunque condizione, si può fermare la grave crisi economica in corso. Il risultato, appunto paradossale, sarebbe di lasciare a Giorgia Meloni (accusata sino all’altro giorno di filo-putinismo) la bandiera dell’intransigenza euro-atlantica contro il regime di Mosca, cosa che ovviamente contribuirebbe ad accelerarne l’accreditamento internazionale. 
Il Pd, in questo scenario, si troverebbe in mezzo a un guado: sul fronte interno, scavalcato a sinistra dai grillini; sul fronte dei rapporti internazionali, scalzato dal centrodestra. Insomma, di questi tempi mai una gioia dalle parti del Nazareno. 

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