Giovanni Castellaneta

Oltre la Brexit/ Il nuovo corso inglese e l’intesa con Bruxelles

di Giovanni Castellaneta
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Martedì 6 Settembre 2022, 00:40

A due mesi dalle dimissioni travagliate di Boris Johnson (bersagliato da numerosi scandali e sfiduciato da buona parte del suo partito) finalmente si conosce il nome del suo successore al timone del Regno Unito. Si tratta di Liz Truss, ministro degli Esteri nel governo Johnson, che ha sconfitto – nel pieno rispetto dei pronostici – il rivale Rishi Sunak, ministro delle Finanze dello stesso Premier, alle elezioni primarie del Partito Conservatore. 

Per effetto delle regole interne al partito e di un automatismo tipico delle pratiche “costituzionali” britanniche, basate sul diritto consuetudinario, il leader del partito di maggioranza è anche Primo ministro del Regno Unito. La vittoria di Truss chiude dunque una crisi di governo, moderatamente lunga per gli standard britannici, consentendo al Paese di avere nuovamente un esecutivo nel pieno delle sue funzioni. Il tutto in un momento difficilissimo per Londra, colpita da una crisi economica che potrebbe avere effetti ancora più pesanti nei prossimi mesi.
Ma cosa ci si deve aspettare dal nuovo premier, soprattutto in politica estera? Innanzitutto, va ricordato che Liz Truss è sempre stata una delle più strenue e leali alleate di Johnson, anche quando la maggior parte dei Tory gli avevano ormai voltato le spalle. Possiamo dunque immaginarci una sostanziale continuità con la linea tracciata dal suo “ingombrante” predecessore, nel solco di un atlantismo e di una proiezione di apertura verso il mondo globale che comunque non si discosta dalle linee di riferimento del partito conservatore britannico. Vediamo però con maggiore dettaglio i principali dossier di politica estera che il nuovo premier troverà da subito sulla propria scrivania.
La questione più urgente sarà senza dubbio la crisi economica, che è legata a doppio filo con l’attuale contesto internazionale ma anche con le conseguenze negative di Brexit. L’uscita dall’Unione Europea, combinata alle difficoltà della pandemia e ora della guerra tra Russia e Ucraina, ha portato con sé grosse difficoltà che si sono tradotte in un’inflazione alle stelle (più alta che nel resto d’Europa, in procinto di sfondare la soglia del 10%), un brusco calo delle esportazioni e una carenza di manodopera per effetto dell’inasprimento delle regole sull’immigrazione.
Questo momento di eccezionale difficoltà ha suggerito paragoni tra Truss e Margaret Thatcher, anche a causa dell’atteggiamento risoluto della nuova leader che promette di rilanciare l’economia britannica. Si tratta di periodi differenti, ma con alcune caratteristiche simili come l’iper-inflazione e la transizione da un modello economico all’altro. Vedremo se Truss sarà in grado di risollevare il Regno Unito come fece la “Lady di ferro”, seppur con alti costi sociali.

L’atteggiamento del Primo ministro sarà presumibilmente intransigente anche rispetto ad altre grandi questioni internazionali. Innanzitutto, l’opposizione alla Russia: se Boris Johnson si era messo alla guida dei Paesi europei nel condannare l’invasione dell’Ucraina e nel premere per l’adozione di sanzioni contro Mosca, Truss potrebbe essere ancora più “falco”. 

Da un lato questa posizione potrebbe contribuire a cementare ulteriormente la solidarietà all’interno della Nato a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi; dall’altro lato, non è detto però che aiuterà a migliorare i rapporti con l’Ue in un momento in cui bisogna evitare che il conflitto continui a tempo indeterminato con conseguenze che sarebbero molto pesanti per l’intera economia europea.
Certamente, Truss cercherà di mantenere un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, tradizionale alleato, anche se da ministro degli Esteri non si era fatta scrupoli di criticare l’amministrazione Biden per non considerare la “special relationship” tra Washington e Londra abbastanza “special”, a causa del trattamento economico preferenziale che sarebbe stato riservato ad altri Paesi come Canada e Messico (secondo le indiscrezioni riportate alcuni giorni fa dal Financial Times). Ma il nuovo governo guarderà anche oltre alla dimensione transatlantica, puntando a sottoscrivere nuovi accordi economici e commerciali con le dinamiche economie dell’Indo-Pacifico (in funzione anti-cinese) nel solco di quella “Global Britain” annunciata già da Theresa May all’indomani del referendum su Brexit.

Quali le ricadute per i governi del Vecchio Continente? Non un brusco cambio di direzione, né rispetto al governo Johnson né rispetto alla tradizionale politica estera del Regno Unito. Tuttavia, il dossier nord-irlandese continua a scottare sulla scrivania della nuova premier britannica, la quale non ha mai nascosto la propria intransigenza e propensione a far saltare il banco con l’Ue, pur di proteggere l’unione del Regno Unito. Poco conta se col Protocollo sull’Irlanda del Nord il Regno Unito finirebbe a stracciare anche l’accordo di libero scambio con l’Ue, tra i maggiori partner commerciali di Londra, e quindi l’accesso quasi senza barriere al mercato unionale.

I conservatori britannici sono piuttosto diversi dai movimenti di centrodestra del Vecchio Continente, maggiormente caratterizzati da politiche economiche più liberiste e attente alla spesa pubblica sul solco della destra americana reaganiana. Indipendentemente da chi sia al governo sulle due sponde della Manica, sarebbe però auspicabile un riavvicinamento tra Londra e il resto d’Europa, all’alba di un inverno che si preannuncia estremamente complicato per tutti noi. 

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