Alessandro Campi
Alessandro Campi

Letta a Siena/ Tutti i rischi della politica che rinuncia ai suoi simboli

di Alessandro Campi
6 Minuti di Lettura
Martedì 31 Agosto 2021, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 01:04

Per la campagna elettorale nelle suppletive che si terranno a Siena e Arezzo il prossimo 3-4 ottobre e che lo vedono candidato, Enrico Letta ha scelto di non utilizzare il simbolo del partito di cui è segretario. Mossa imposta dalle circostanze o decisione improvvida? Un calcolo politico ben ponderato o un segno di come sta cambiando la politica (quella italiana e quella di tutte le grandi democrazie)? Sicuramente una stranezza (se volete, una curiosità) che induce qualche riflessione oltre la cronaca. 

Nel valutare questa scelta, gli avversari di destra sono ricorsi alla categoria solo apparentemente impolitica della “vergogna” (già Max Weber la considerava l’altra faccia della “onorabilità” politica). Si nasconde la propria bandiera nel timore che gli elettori non l’apprezzino. In quella parte d’Italia, in effetti, la sinistra politica ha molto da farsi perdonare, a cominciare dalla gestione disinvolta – usiamo un eufemismo – del patrimonio storico-finanziario del Monte dei Paschi di Siena. Per questa ragione il Pd, nelle passate tornate elettorali, ha già pagato un caro prezzo. Letta, non volendo caricarsi colpe che ritiene di non avere, ha dunque scelto di rinunciare al simbolo che invece dovrebbe rappresentare al massimo livello.

Il neo-segretario del Pd, dal canto suo, ne ha invece fatto una questione di pragmatismo e convenienza. Correndo per conto di una coalizione assai composita – che abbraccia, oltre i democratici, dai renziani ai grillini – nulla di strano che nessun simbolo di partito venga rappresentato, trattandosi peraltro di un’aggregazione de facto e non formalizzata. Da un lato, nessuno si sentirà escluso o messo in secondo piano. Dall’altro, in questo modo si può anche sperare d’allargare il consenso oltre il perimetro del centrosinistra ormai alleato organico del M5S.

Parliamo inoltre di un collegio uninominale, dove per definizione il nome del candidato è spesso più importante del partito di appartenenza. Senza contare che anche nelle passate suppletive di Napoli e Roma si è fatta la stessa scelta, come qualcuno ha prontamente ricordato, anche se non dovrebbe sfuggire la differenza di ruolo, nelle gerarchie interne del Partito democratico, tra Sandro Ruotolo (o Roberto Gualtieri) e Enrico Letta.

Si tratta, in entrambi i casi, di spiegazioni plausibili ma parziali. Convincenti, ma contingenti. Troppo polemiche le prime, troppo accomodanti le seconde. C’è evidentemente dell’altro alla base di questa scelta. Che, per cominciare, suona come la conferma di un trend storico ormai ineluttabile: la sempre più accentuata personalizzazione dello scontro politico. Tendenza alla quale anche la sinistra ormai si è arresa, dopo aver considerato a lungo il culto del capo lo stigma culturale tipico della destra autoritaria.

I partiti, tutti, tendono sempre più a coincidere con chi li guida, anche sul piano nominale. A Siena, dunque, si chiede ai cittadini – come si legge nel logo scelto per questa campagna elettorale – di stare “con Enrico Letta” (persona fisica) prima che col suo partito e con l’area politica larga per la quale compete. D’altronde, essendo ai minimi storici la credibilità dei partiti, risulta normale affidarsi a quella dei singoli.

Ma aggiungiamo un altro fattore. I simboli, nell’era della secolarizzazione dispiegata, dell’individualismo esasperato e del cinismo di massa, hanno perso di sostanza storica e di valore culturale. Rischiano di apparire indecifrabili e anacronistici. La macchina politico-simbolica, che un tempo orientava le esistenze ed era capace di fissare in una semplice immagine un progetto di società o un’identità collettiva, oggi gira sempre più a vuoto. Quelli che i partiti adottano, infatti, non sono più simboli, evocativi di una qualche rappresentazione o visione del mondo, di una storia gloriosa o di una tradizione collettiva da perpetuare, ma segni grafici convenzionali finalizzati alla comunicazione. Per le immagini dei partiti non a caso si parla sempre più spesso di loghi, marchi o brand, secondo il linguaggio tipico del marketing commerciale. Abbandonarli o sostituirli non rappresenta più alcun trauma per fedeli che nel frattempo hanno smesso di credere: è solo una questione di convenienza del momento.

Mettiamoci anche un’opzione culturale alla base di questa scelta. La sinistra contemporanea, paladina dei diritti individuali a scapito di quelli collettivi, venusiana e post-marxista (laddove il marxismo era, prima che un’ideologia, uno strumento attraverso il quale leggere i conflitti politici a partire da appartenenze sociali definite e rivendicate), abile filosoficamente nel decostruire e nel criticare come convenzione superabile qualunque prodotto della storia e della politica, ha deciso ormai che il possesso di un’identità troppo marcata rappresenti un limite all’azione e un disvalore sul piano etico. Siamo o no nell’epoca della fluidità e della reversibilità? Vale per gli individui, a maggior ragione vale per i soggetti collettivi. Il post-partito della post-modernità non può che essere, di conseguenza, una struttura altamente flessibile e adattabile, sempre cangiante, ma capace anche di restare se stessa nei valori fondamentali. 

Secondo Shakespeare una rosa non smette mai di profumare, anche se la chiamiamo con un altro nome: “What’s in a name? That which we call a rose by any other name would smell as sweet”. In politica questa legge di natura non è detto però che funzioni: un partito che cambia nome e identità troppo spesso, ovvero che tiene dentro di sé troppe cose diverse tra loro, alla fine rischia di cambiare anche di sostanza, contenuto e forma, e di essere niente nella misura in cui vuole essere tutto. Ci sarà un motivo se gli elettori sono oggi tanto confusi e disorientati?

Ma forse abbiamo divagato. Per tornare a una dimensione più politica, la scelta occasionalistica di Letta potrebbe anche essere il segnale (quanto involontario?) che il Pd inventato da Veltroni è arrivato al capolinea della sua breve esistenza. Come Occhetto liquidò il Pci per inventarsi il Partito democratico della sinistra, prendendo atto di un fallimento epocale, così Letta potrebbe liquidare il partito che guida con l’idea di costruire un nuovo contenitore politico e dunque una nuova sigla. L’alleanza sempre più stretta col mondo grillino spinge già nella direzione di un superamento del Pd: del nome come della cosa.

D’altronde i numeri parlano chiaro. Questo Pd, che doveva essere a vocazione maggioritaria e che invece si trova inchiodato da tempo intorno al 20% dei consensi, è destinato a non governare: a meno di non supplire i voti che gli mancano con le manovre di palazzo, le alchimie parlamentari e la sua capacità a controllare e gestire la tecno-struttura dello Stato e dei ministeri. Esattamente il metodo che nell’ultimo decennio ha consentito ai democratici di stare quasi sempre nella stanza dei bottoni senza aver mai vinto una tornata elettorale. Ma non può essere così per sempre. 

In questo quadro di cronica instabilità e di continui cambiamenti, di sigle e simboli che vanno e vengono, e che presto potrebbe riguardare anche il centrodestra (dalla federazione tra Berlusconi e Salvini di cui tanto si parla nascerà Lega Italia o Forza Nord o quale altro ircocervo?), c’è un punto che vale la pena osservare. L’unico partito che da due anni in qua cresce stabilmente nei consensi, vale a dire i Fratelli d’Italia guidato dalla Meloni, è l’unico che si tiene ben stretti il suo simbolo, la sua storia e la sua identità. Vorrà pur dire qualcosa?
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA