Alessandro Campi
Alessandro Campi

La mossa della Lega/ Il populismo che legittima i (pochi) contestatori

di Alessandro Campi
5 Minuti di Lettura
Venerdì 3 Settembre 2021, 00:24

Nel mese di agosto, a leggere le cronache, Matteo Salvini non è stato fermo un momento. Ha lavorato con ritmi frenetici anche quando sembrava in vacanza: interviste sulla stampa, incontri con gli elettori, manifestazioni e riunioni di partito, dichiarazioni, foto, post, presentazioni di libri, telefonate con i suoi governatori e i suoi rappresentanti al governo, chiacchierate coi giornalisti, apparizioni televisive e collegamenti radiofonici. Una specie di campagna elettorale permanente: dalla costa romagnola a quella calabrese. Un attivismo che, a scorrere le più recenti intenzioni di voto fissate dai sondaggi, non sembra però avere prodotto grandi risultati, semmai una leggera (ed ennesima) flessione nei consensi alla Lega. Con Fratelli d’Italia sempre primo partito. E con il Pd e il M5S che entrambi crescono leggermente. Il fastidio prodotto da questi dati – virtuali quanto si vuole ma indicativi di come si è andata orientando l’opinione pubblica ormai da alcuni mesi – potrebbe spiegare, secondo alcune interpretazioni, la scelta leghista dell’altro giorno di votare contro il Green pass obbligatorio nella Commissione Affari sociali della Camera dopo aver votato a favore in Consiglio dei ministri.

Nel Paese c’è malumore per le restrizioni imposte dal governo: perché non provare a cavalcare questo sentimento? E pazienza se nel farlo si rischia di apparire incoerenti o inaffidabili. L’importante è guadagnare qualche voto. La politica che insegue gli umori popolari, invece di tenerli a bada o eventualmente correggerli, soprattutto quando rischiano di essere distruttivi dell’unità sociale o fonte di conflitti, non è una novità. E anzi diventata una cattiva abitudine, se non una regola, in molte democrazie contemporanee. Ma con i risultati che poi vediamo benissimo nel caso di quella italiana: partiti sempre più screditati, leadership politiche che durano sempre meno perché vittime della loro stessa propaganda, governi precari e impotenti, elettorati sempre più fluttuanti e infedeli. Se poi si cavalcano gli umori collettivi sbagliati – quelli che si ritengono dominanti o diffusi, mentre invece sono minoritari e residuali – si rischia di aggiungere al discredito politico, che prima o poi colpisce sempre i demagoghi di professione, il mancato guadagno. Va bene il populismo, ma che almeno sia redditizio nelle urne! A Salvini è andata bene, sul piano elettorale, quando nei panni di ministro degli Interni all’epoca del primo governo Conte si è intestato la battaglia contro le paure diffuse nel corpo sociale in materia di sicurezza, specie quelle prodotte da un’immigrazione più mal gestita che incontrollata: un tema serio ma colpevolmente trascurato dalle altre forze politiche.

Ma oggi – dopo che l’unica fonte di paura degli italiani è diventata la pandemia con i suoi effetti tragicamente negativi sulla salute, sulla psicologia individuale, sull’economia, sulla vita quotidiana e sulla stabilità sociale – Salvini cosa conta di guadagnare ammiccando alla galassia cosiddetta dei No-vax o, peggio, dando sostegno politico alle ubbie, alle accuse spesso sgangherate e ai messaggi distorti e senza fondamento che quest’ultima esprime, lancia e diffonde? Una galassia peraltro più mediaticamente enfatizzata che socialmente consistente, più virtuale che reale, come si è visto da ultimo con il flop delle manifestazioni indette dal movimento No Green pass. Un tempo la destra sosteneva coraggiosamente le posizioni della maggioranza silenziosa, oggi rischia di perdere la faccia, senza nemmeno grandi vantaggi elettorali, correndo dietro alle minoranze rumorose. A meno di non pensare, come qualcuno pensa, che la sintonia di una certa destra sovranista con il fronte degli anti-vaccinisti non sia soltanto strumentale e opportunistica, un modo per raccattare voti sostenendo posizioni nelle quali in fondo non si crede, ma il frutto di una convergenza, per così dire, culturale.

Tra chi protesta nelle piazze e chi offre loro copertura politica e giustificazioni nelle aule parlamentari e nelle sedi ufficiali, ci sarebbe insomma una mentalità o visione del mondo condivisa, caratterizzata da una sorta di ribellismo anarcoide, da una psicologia tendenzialmente complottista, da un esasperato individualismo, da una sfiducia generalizzata verso qualsiasi istituzione o autorità pubblica e da un fondo di risentimento sociale talmente forte da arrivare a generare, come si è visto, comportamenti spesso intolleranti e talvolta persino violenti. Come che sia, il problema di Salvini, così spasmodicamente e comprensibilmente alla ricerca del consenso perduto, è che alcuni mesi fa ha fatto, senza che nessuno ve lo abbia costretto, una scelta politica precisa e assai impegnativa: quella di sostenere il governo Draghi (scelta che la Meloni non ha consapevolmente operato, preferendo restare all’opposizione). Ha ottenuto per questo ministeri importanti, grazie ai quali – parole sue – contribuire alla ripartenza dell’Italia grazie alle risorse assegnate al nostro Paese attraverso il Next Generation UE.

Il ritorno della Lega nella “stanza dei bottoni”, in una fase politico-istituzionale delicatissima per il Paese, ha naturalmente comportato per Salvini un cambio significativo di atteggiamento: dalla rinuncia alla retorica anti-europeista alla ridefinizione della sua rete di alleanze e amicizie internazionali. E gli ha aperto prospettive d’azione nuove e potenzialmente assai interessanti: ad esempio la possibilità di sganciarsi dal fronte nazional-populista con cui è attualmente alleato in Europa o di dare vita ad una federazione con Forza Italia con l‘idea di creare un vasto rassemblement moderato-conservatore e di raccogliere l’eredità politico-elettorale del Cavaliere. Nel complesso si è trattato di un investimento politico di medio-lungo periodo e non privo, ovviamente, di una componente di rischio (come tutti gli investimenti dai quali ci si aspetta grandi rendimenti).

Ma perché dia frutti concreti, anche sul piano dei consensi, è chiaro che esso richiede tempo e pazienza, un minimo di lungimiranza politica e coerenza nei comportamenti, il rispetto degli impegni liberamente assunti (in primis quelli nei confronti della propria base elettorale) e il perseguimento degli obiettivi pratici che ci si è dati. La Lega, aderendo all’appello di Mattarella per un esecutivo di “unità nazionale”, ha scelto di proporsi nuovamente come forza credibile di governo, dopo la dubbia prova offerta all’epoca dell’alleanza giallo-verde. Se questa è l’ambizione legittima di Salvini, bene, inseguire il consenso giorno per giorno, cambiare troppo spesso opinione, dire una cosa e farne un’altra, alzare ogni giorno la posta, cercare sempre nuovi nemici da additare, cavalcare il malessere sociale è esattamente ciò non né a lui né al suo partito conviene fare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA