Le regole violate/ Il sentire responsabile più efficace di ogni Dpcm

Lunedì 16 Novembre 2020 di

Rovaniemi: è questo il nome della capitale della Lapponia, a pochissimi chilometri dal circolo polare artico, dove, secondo leggende antiche, opererebbe da secoli un centro di logistica globale che sembra, oggi, la fantastica anticipazione delle piattaforme che stanno dominando il mondo. In quella città, la più settentrionale e fredda dell’Unione Europea, vive quel Babbo Natale che è al centro delle preoccupazioni delle lettere che il Presidente del Consiglio si sta scambiando con i bambini che vivono nelle zone rosse e di una pubblicità bellissima che sembra l’ultimo ruggito di un prodotto che è il simbolo stesso della globalizzazione. E allora forse l’epistolario tra Giuseppe Conte e Tommaso solleva una serie di questioni che – aldilà delle ovvie ironie sulle ingenuità dello scambio – sono serie. 

C’è un modo per salvare i centodieci miliardi di euro che il Natale porterebbe a strutture distributive oggi vicine al collasso, senza ripetere gli errori estivi che porterebbero tutti dritti nel buco nero di una terza, definitiva ondata? Come riuscire a far incontrare nonni e nipoti, memoria storica e voglia di futuro, se per entrambi abbracciarsi dopo tanti mesi, è pericoloso e vitale? Come approfittare di questa occasione per cominciare una ristrutturazione di un’economia che, già prima del Covid, stava per soccombere ai giganti – innanzitutto, Amazon e Alibaba – che il Covid ha reso quasi onnipotenti?

E, infine, come restituire senso a riti che – proprio in questo momento – dovrebbero farci sentire ancora di più comunità, mentre le comunità nostre sono percorse da una tragedia che le sta frantumando in mille sofferenze? 

Tre sono i possibili ingredienti di una ricetta che ci porti nel futuro: responsabilità; innovazione; solidarietà vera per ridare senso a riti stanchi.

Innanzitutto, la responsabilità di individui ai quali le mascherine stanno, drammaticamente, ricordando che la nostra libertà acquista sostanza se rispettiamo la libertà altrui. 
È arrivato, infatti, il momento di completare quella che è stata una lenta riorganizzazione della risposta che diamo all’emergenza. In primavera abbiamo fatto molto affidamento ad una risposta che fosse unica, nazionale, imposta dall’alto, paternalistica in fondo. Ciò perché culturalmente sembravamo non capaci di accettare l’idea che una società matura deve abituarsi a rinunciare alle certezze, imparare a gestire il rischio, accettare la differenziazione sulla base dei numeri. Stiamo, ora, per la prima volta e con contraddizioni, entrando nel ventunesimo secolo: la curva dei contagi si è raffreddata e, come ricorda il Direttore dell’Istituto Superiore della Sanità, Franco Locatelli, della metà si sono ridotti i ricoveri in terapia intensiva. Dobbiamo affinare gli indicatori (ventuno sono troppi ed essi vanno alimentati in tempo reale da sistemi informativi che devono diventare molto più efficienti ed omogenei), rendere più granulare il monitoraggio e ciò fornisce la possibilità di porre, finalmente, gli stessi cittadini di fronte a scelte che, per decenni, hanno lasciato ad una politica impotente: siamo noi a dover costruire un Natale nuovo, comprare regali in maniera più responsabile, scegliere i sorrisi da incrociare, le persone che hanno davvero bisogno di vederci. Non deve essere un nuovo Dpcm a dirci chi incontrare se riuscissimo a tornare, insieme, ad un passo dal precipizio; ma il nostro istinto alla sopravvivenza ed i nostri affetti.
In secondo luogo, non basta salvare il Natale, se i nostri consumi dovessero essere interamente catturati da monopolisti lontani. Deve essere questa l’occasione per ricominciare a traghettare verso il futuro offerte produttive e distributive che sono sul punto di essere travolte da un doppio tsunami. Quello del contagio che ha spazzato via un intero anno di fatturato; e quello più permanente che vede filiere intere disintermediate da un numero piccolissimo di multinazionali – tra di loro non c’è nessuna presenza significativa dell’Europa – che, dall’inizio della Pandemia, hanno raddoppiato la propria capitalizzazione, mentre chiudevano grandi catene e milioni di piccoli commercianti. 

Alibaba propone, in questi giorni, pastori del Presepe prodotti a Quanzhou e a prezzi che – includendovi la spedizione – sono inarrivabili anche per gli artigiani di San Gregorio Armeno a Napoli. Non basta, però, invocare regolamentazioni più forti (ma tardive) della proprietà intellettuale; troppo tempo ci vuole per arrivare a campioni europei del commercio elettronico capaci di rientrare una partita che, al momento, è solo tra Stati Uniti e Cina; e retorici sembrano gli appelli per comprare solo italiano e chilometri zero. 

Nel brevissimo, sono i consumatori – di nuovo individui e famiglie – a doversi abituare ad un ruolo meno passivo di una scelta che può fare tanta differenza e a conservare un tessuto imprenditoriale che è parte della nostra identità e per un ambiente che è in sofferenza. In tempi medi è indispensabile che, tuttavia, l’Italia e l’Europa immaginino strategie che non siano solo difensive ma di attacco; che partano da una qualità che deve essere perseguita e difesa non più dal singolo commerciante o anche solo dalla singola catena distributiva. Diventa, finalmente, indispensabile avere una strategia come Paese o come Europa e di proporre masse critiche significative. In questo senso, stavolta potremmo copiare noi qualcosa dai cinesi, studiando quel feroce pragmatismo che li ha portati ad utilizzare i droni di Alibaba per portare nei mercati globali centinaia di milioni di contadini. 

Infine, la solidarietà. Un Natale senza più anima: era questo quello che ci siamo proposti anno dopo anno, facendo finta che fossero ancora vivi cenoni pantagruelici fuori dal tempo. Mai come quest’anno il Natale potrebbe essere l’occasione per celebrare quello che, senza accorgercene, stiamo diventando. Ci sono centinaia di migliaia di persone che si sono offerte in questi mesi, come insegnanti, infermieri, conducenti di autoambulanze e sono tanti i medici, i presidi che hanno scoperto risorse che non conoscevano. Alcune sofferenze ci allontanano e ci dividono, soprattutto nella rappresentazione di noi stessi sui social network. Altre che ci stanno rendendo più umani.

Il Governo, stavolta, non ha solo da fare nuovi Decreti ed una Legge Finanziaria capace di realismo e di visione. Deve, anche, e sarebbe una novità assoluta, spendere buona parte del proprio capitale politico per far passare il messaggio rivoluzionario che acquisire un potere sempre più impotente non significa diventare Babbo Natale. E che, alla fine, le società degenerano e rinascono solo con il contributo di tutti. 
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