Il governo acceleri/ Non si perda altro tempo per agganciare la ripresa

Domenica 7 Giugno 2020 di
L'elenco delle disgrazie economiche che hanno accompagnato l'esplosione del Covid-19 occupa ormai milioni di pagine e altrettanto corpose sono le nefaste previsioni riguardo al futuro. Si parte dalla constatazione della caduta senza precedenti della produzione dell'ultimo trimestre per analizzare la gravità dell'aumento della disoccupazione e del parallelo crollo dei consumi e degli investimenti, per concludere, con assoluto rispetto della verità, che si tratta della più grave crisi dopo la Seconda guerra mondiale.
Da qui discendono giustamente pessimistiche previsioni sul futuro dell'economia mondiale, di quella europea e di quella italiana. A questo si aggiungono interrogativi ancora più foschi su ulteriori possibili peggioramenti degli scenari in caso di una seconda o di una terza ondata della pestilenza. Tutto giusto e tutto scientificamente motivato: avremo quindi ancora mesi molto difficili di fronte a noi.
Accanto a tutto questo non si pone tuttavia altrettanta attenzione al fatto che le politiche messe in atto in gran parte del mondo appaiono più vigorose di quanto mai sia avvenuto nelle crisi precedenti. Nella lontana Asia, dalle Filippine alla Corea del Sud, dall'India all'Indonesia, pur in situazioni tra loro così diverse, le misure per frenare la caduta sono sempre più corpose e marciano nella stessa direzione.
A sua volta la Cina ha messo in atto tagli di imposte, nuove infrastrutture e incentivi agli investimenti che, nelle ultime settimane, hanno portato l'indice della produzione manifatturiera a livello molto vicino a quello precedente la crisi. Il primo ministro Li Keqiang, nel suo discorso al Congresso nazionale del Popolo, non ha, per la prima volta, fatto previsioni quantitative per l'anno in corso. La crescita sarà quindi ben lontana dai livelli previsti prima della pandemia, ma tutti gli esperti concordano sul fatto che, se non vi saranno eventi imprevisti, il segno dell'economia cinese sarà positivo già da quest'anno.
Un quadro meno negativo arriva, in modo del tutto inatteso, anche dagli Stati Uniti, dove pure il virus ancora imperversa. Nel mese di maggio si sono infatti avuti 2,5 milioni di disoccupati in meno: nulla di rivoluzionario di fronte alle decine di milioni di posti di lavoro persi in precedenza, ma si tratta di una reazione positiva certamente dovuta alla quantità di denaro iniettata nel sistema economico, senza badare all'impressionante deficit del bilancio pubblico. Misure ancora più positive arrivano dall'Europa. Alle decisioni già ampiamente illustrate si è aggiunto un inaspettato aumento di ben 600 miliardi di ulteriori acquisti di titoli sovrani da parte della Bce, la Banca Centrale Europea. Tradotto in italiano significa che, nello spazio di pochi mesi, il 25% del nostro debito potrà essere collocato nel portafoglio della Bce e non nei fondi speculativi internazionali. 
Una sorpresa ancora più inaspettata è arrivata negli scorsi giorni dalla Germania, che ha reagito con un vigore senza precedenti alla frenata della propria economia. All'enorme mole di interventi a favore delle famiglie e delle imprese (a partire dalla Lufthansa) si è infatti aggiunta, con un accordo fra i due pilastri della coalizione di governo, unimpressionante serie di misure fiscali (con un corposo abbassamento dell'Iva) e una consistente somma di aiuti alle famiglie. Provvedimenti così massicci da mettere in deficit anche il bilancio pubblico tedesco. Una decisione del tutto logica e senza rischi, date le ottime condizioni della finanza pubblica, ma che il governo germanico aveva rifiutato di adottare anche quando, nella precedente crisi, sarebbe stata sufficiente per mettere al sicuro l'economia dell'intera Unione Europea. A questo si aggiunge una quantità di crediti senza precedenti al sistema produttivo da parte del governo francese (93 miliardi di euro) e di quello spagnolo (63 miliardi). Tutto questo ci spinge a concludere che, diversamente da quanto avevo doverosamente messo in rilievo in precedenza, anche l'Unione Europea e i maggiori paesi membri si sono finalmente messi in moto. Questo non basta a concludere che la ripresa sia vicina. Le tensioni del commercio internazionale rendono infatti assai lenta la trasmissione di questi stimoli positivi all'intero sistema economico mondiale. Dobbiamo tuttavia ammettere che queste decisioni pongono certamente un freno alla sua caduta. 
Di questo contesto possono giovarsi la politica e l'economia italiana. Esso agisce infatti nella stessa direzione, anche se gli stimoli quantitativi alla domanda delle famiglie e all'attività delle imprese risentono delle precarie situazioni del nostro bilancio pubblico. Le vere differenze rispetto agli altri partner sono la lentezza con cui le decisioni si traducono in aiuti concreti e l'incertezza sulle misure che saranno prese in futuro. Eppure da questo dipende se saremo in grado di agganciarci alla ripresa nei tempi e nei modi che oggi si stanno preparando. A questo stato di cose si può porre rimedio solo con un robusto accordo tra i partiti della coalizione di governo, come è avvenuto in Germania, dove pure la divergenza degli interessi politici fra democristiani e socialisti non è inferiore alle differenze esistenti fra i partiti che compongono il nostro governo. Alla fine dei conti, con o senza gli Stati Generali, è il governo che deve prendere le decisioni. E le deve prendere, e mettere in atto, con la massima urgenza. Ultimo aggiornamento: 00:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA