Istituzioni ferite/ Così pensiamo di essere furbi facendoci del male

Mercoledì 26 Agosto 2020 di
Non solo morti, malati, gravi danni economici e tensioni geopolitiche. Tra le eredità (negative e pesanti) della pandemia dobbiamo mettere, ormai lo si è compreso chiaramente, anche quelle d’ordine, in senso lato, psicologico e mentale: le più difficili da contabilizzare, ma probabilmente quelle destinate a incidere di più e più a lungo sui comportamenti individuali e collettivi.

Basta riferirsi alla nostra esperienza diretta. Quanti amici e conoscenti abbiamo ritrovato, dopo il lungo isolamento durato tre mesi, più agitati o scontrosi di prima, più ombrosi e suscettibili, più cupi e pessimisti, oppure stranamente euforici e su di giri, come attraversati da un eccesso di vitalismo e sfrenatezza? Alzi la mano chi, terminato il lockdown, non s’è scoperto nervoso, insonne, insofferente, elettrico, più facilmente attraversato dai cattivi pensieri, meno bendisposto verso il prossimo (a costo di vergognarsene in privato). 

Ognuno ovviamente ha reagito alla sua maniera e molto ha contato il regime materiale nel quale s’è trascorso il confinamento durante l’emergenza: in solitudine o in famiglie numerose, nelle periferie delle metropoli o in qualche tranquillo borgo, in due camere e cucina o nella villetta con giardino, senza contare le diverse disponibilità economiche di ognuno.

Ma il malessere esistenziale, anche quando non direttamente percepito, è stato capillare, profondo e condiviso, con la minaccia latente della morte, o comunque della malattia, che si è sommata al sentimento di una libertà d’agire all’improvviso perduta.

E non sembra ancora finita. Il ricordo della forzata cattività, accompagnato dall’angoscia quotidiana del contagio e dalla ricerca spasmodica di appigli scientifici in grado di tranquillizzarci, è tutt’altro che alle nostre spalle se si guarda ai timori che ancora serpeggiano su ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro. Timori senz’altro fondati, guardando ai numeri dei contagi che ovunque stanno crescendo, ma che al tempo stesso non andrebbero enfatizzati solo per il gusto di suscitare scalpore nell’opinione pubblica o, peggio, perché grazie all’emergenza sempre incombente la politica può giustificare tutto, compresi i ritardi, le decisioni sbagliate e finanche gli eventuali arbitrii.

C’è chi sostiene che non sia un caso lo spirito di rivolta sociale che si è diffuso su scala globale: spesso non si capisce, dinnanzi alle notizie di proteste di massa che vediamo un po’ ovunque nel mondo, dove finisca la battaglia ideale e dove invece inizi il desiderio di riprendersi la propria vita o di operare una sorta di rimozione collettiva della paura e delle frustrazioni accumulate in questi mesi. La rivolta come espressione di un’inquietudine di massa mista a speranza, più che come catarsi politica o riscatto sociale. 

In effetti c’è in giro parecchia ansia repressa, pronta a trasformarsi in rabbia manifesta, come ormai testimoniano tanti episodi anche minuti: dalle risse tra giovani nei luoghi del divertimento, ai litigi per strada dove ormai basta un nonnulla a scatenarli, agli atti di vandalismo e insubordinazione all’autorità sempre più frequenti. Come l’ultimissimo registrato a Massa Carrara, a danno di alcuni giovani poliziotti aggrediti, minacciati e insultati durante un arresto.

Se ne scrive senza condanne moralistiche o allarmismi nel segno del sensazionalismo, semplicemente perché è fondata la preoccupazione che la situazione, se non ben gestita e ben compresa nelle sue scaturigini, possa aggravarsi e degenerare, sino a portare ad una conflittualità molecolare. Anche il virus della violenza, come la storia ci insegna, parte da piccoli focolai e, per successivi contagi, può arrivare ad investire un’intera collettività. Si tratta allora di capire come controllarlo, o come evitare che si diffonda, visto che si stanno agitando, soprattutto tra i giovani, istinti e pulsioni su cui, in momenti convulsi come l’attuale, è peraltro facile per i demagoghi e i cattivi maestri intellettuali speculare in chiave politica.

Il poliziotto che ti controlla o ti chiede di rispettare i divieti non è forse l’espressione (tanto più pericolosa se inconsapevole) di un Potere che sta utilizzando la pandemia (meglio, la paura per la pandemia) a fini di disciplinamento sociale? Chi disubbidisce alle regole (tipo non indossare la mascherina o accalcarsi laddove sarebbe vietato o preferibile non farlo) non sta forse combattendo per la libertà, propria e di tutti?

Sono, quelle appena accennate sotto forma di domande, letture generosamente romantiche che tengono giustamente conto di un malessere psico-sociale che è serio e profondo, ma che rischiano di trascurare – specie quando guardiamo a ciò che accade in Italia – l’innata maleducazione di molti, l’inciviltà di molti altri malamente travestita da lotta contro i soprusi, il ribellismo individualista tipicamente italico spacciato per coraggiosa contestazione contro il sistema nel nome dei diritti violati. 

Insomma, parliamo di difendere la libertà, preoccupazione davvero seria in un mondo sempre più dominato dalle tecnologie digitali, che investe alcuni nostri diritti fondamentali sempre più a rischio, ma dovremmo anche parlare di come molti questa libertà la scambino per la possibilità di fare quel che si vuole senza alcun rispetto per il prossimo e per le regole. I giovani che non vogliono controlli la sera, peraltro in un Paese dove per quieto vivere le autorità sembrano aver scelto una condotta che quasi sconfina nel permissivismo e nella tolleranza generalizzata, quale nobile battaglia per la libertà e l’autodeterminazione starebbero combattendo? Siamo al punto che si scambia l’allergia alla vita civile col gusto insopprimibile per la vita che è proprio dei giovani accada quel che accada? E il rispetto doveroso per il prossimo?

La verità è che una comunità preoccupata e sofferente, come è indubbiamente quella italiana post-lockdown, ma come sono tutte quelle colpite in questi mesi dalla pandemia, deve per forza trovare forme di collaborazione e condivisione del rischio basate sul senso di responsabilità di ognuno. Tanto appare disdicevole, in questi giorni, la caccia isterica all’untore tornato dalle vacanze, che spesso puzza di risentimento sociale e di invidia di classe, tanto poco convince l’idea che quelle del potere pubblico sulle nostre vite e scelte siano interferenze dettate da chissà quali reconditi scopi, alle quali è dunque giusto non prestare attenzione e contro le quali vale persino ribellarsi. Entrambi i comportamenti sono certo indicativi di un disagio emotivo di massa: ma comprenderlo non può voler dire giustificarlo o avallarlo come compensatorio delle privazioni – affettive, sociali, materiali – che tutti abbiamo dovuto soffrire. 

I poliziotti insultati e strattonati in quel di Massa Carrara hanno reagito per fortuna con grande professionalità, senza cedere alle provocazioni, mostrando una lodevole capacità di autocontrollo: un segnale importante di riscatto a fronte di pagine recenti poco commendevoli per le nostre forze dell’ordine. Ci vorranno nei prossimi mesi prudenza, buon senso e spirito di sopportazione, specie a coloro che hanno ruoli sociali, di responsabilità politica o pubblica. Ma toccherà anche ai cittadini singoli fare sempre più la loro parte, con altrettanta responsabilità e con senso del dovere, avendo nel frattempo capito che le istituzioni sono buone o cattive, funzionano bene o male, a misura di quanto le si rispetta e le si ritiene legittime. Il cattivo potere che si contrappone ai cittadini virtuosi è una semplificazione propagandistica alla moda (l’essenza ideologica di ogni populismo) che però non si addice alla vita di una sana democrazia, che si regge invece per definizione sulla cooperazione tra governanti e governati e sulla reciproca fiducia. Tra i virus da combattere c’è anche quello, ereditato dal passato e ancora troppo diffuso nell’Italia odierna, del particolarismo anti-sociale, che ci illude di essere furbi nel mentre ci facciamo del male da soli.
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