Giuseppe Vegas
​Giuseppe Vegas

Approcci diversi/ La politica degli obiettivi e quella dei selfie

di ​Giuseppe Vegas
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Venerdì 1 Dicembre 2023, 00:58

La scomparsa di Henry Kissinger segna la fine di un’epoca. Un’epoca in cui l’Occidente ha guidato il mondo assicurando la pace globale ed un benessere diffuso. Un’epoca in cui i politici erano statisti e guardavano a costruire il futuro per i loro popoli, più che a godere i frutti di ciò che era stato fatto dai loro predecessori. Un’epoca in cui la politica era guidata dai grandi ideali e non dai like.  Un’epoca in cui le scelte venivano accuratamente studiate e preparate e non frutto dell’improvvisazione che deriva dalla sola ricerca del consenso immediato. Un’epoca in cui si guardava agli effetti futuri delle decisioni prese e si stringevano rapporti ed alleanze solo dopo aver soppesato e valutato con amici ed avversari ogni possibile effetto della strada intrapresa. E di ogni scelta venivano spiegate le motivazioni, in modo che ciascuno, anche le persone semplici, potesse comprendere, senza illudersi che si potesse semplificare tutto in un selfie, destinato a durare lo spazio di un tiggì. Kissinger ci lascia doppiamente orfani. Da un punto di vista umano e politico.

Oggi non c’è nessuno che gli si possa neanche lontanamente avvicinare dal punto di vista intellettuale, di comprensione dei movimenti della storia e di lettura dei fenomeni globali. Basterebbe anche solo leggere i suoi scritti degli ultimi anni per rendersene conto. D’altra parte, nessuno è neppure in grado di conciliare la saldezza della volontà nel perseguimento dei grandi principi civili e politici con la concretezza dell’azione, unita al solido possesso della conoscenza dei mezzi per conseguirli. Il tutto, in una collocazione geografica e politica che consentiva di disporre dei mezzi necessari per realizzare i propri intenti. Sempre legati agli ideali, ma mai astratti rispetto alla realtà, anche del peso delle forze in campo.


Come raramente accade, dunque, al lavoro intellettuale si è affiancata l’opera politica. Il fatto poi di vivere negli Stati Uniti, il Paese che dal dopoguerra fino ad oggi ha guidato il mondo, gli ha consentito di disporre delle leve giuste per indirizzare il futuro dell’Occidente, con scelte chiare e in grado di conciliare i grandi ideali con gli interessi reali. Insomma, nessun altro si è trovato nella fortunata posizione di disporre di capacità personali elevatissime, diremmo incommensurabili se guardiamo al panorama attuale, e di essere contemporaneamente collocato nel luogo politico in cui si decidevano gli equilibri mondiali. In questa fatica, quotidiana e costante, non abbandonò mai la stella polare del rafforzamento del ruolo globale della civiltà occidentale. Nella consapevolezza che la solidità di un sistema politico non è un bene che, una volta ottenuto si possa mantenere per sempre, ma che costituisce un traguardo da conquistare ogni giorno. 


Il che comporta la naturale conseguenza che, poiché tutti, amici e avversari, e non ne mancano mai, cercano di far valere le proprie ragioni e conquistare maggiori spazi di potere e di ricchezza, si deve lottare perennemente. Dato che la difesa dei propri ideali e anche del livello di civiltà acquisito e del benessere richiede immancabilmente non lievi sacrifici.

A condizione, ovviamente, di averne sempre la volontà. Volontà che, con il passare del tempo, è andata sempre più sfumando.  Ecco dunque il motivo per cui Kissinger è andato perdendo la sua capacità di incidere sulle scelte del mondo. Perché la cultura del sacrificio e dell’impegno è stata gradualmente, ma velocemente, sostituita da quella del godimento delle condizioni di benessere e del disimpegno collettivo, che si sono imposte negli ultimi decenni. 


Il nostro mondo ha dato per acquisito il suo modello di vita e si è illuso che esso potesse continuare a tempo indeterminato. Siamo andati avanti credendo che quella parte del mondo che allora era descritto come il Terzo mondo o i Paesi non allineati avrebbe continuato per sempre a vivere secondo il vecchio modello, senza mutare le proprie condizioni di vita e rimanere comunque vassallo dell’Occidente.  Così non è stato. Semplicemente perché non poteva essere. Perché la parte povera del mondo non voleva più limitarsi a guardare il banchetto dei ricchi. A fronte di ciò che stava avvenendo, i ricchi, anziché comprendere, riflettere e agire in modo da farsi promotori e garanti di un ordinato ed efficace sviluppo dei Paesi poveri, si sono limitati a sentirsi in colpa per il loro benessere. Da qui è iniziato a cambiare l’approccio politico ai conflitti globali. 
Non più scelte basate su solidi principi, da conservare e possibilmente garantire a tutti coloro che lo desiderassero, ma scelte accomodanti per cercare di non scontentare nessuno. Lo scivolamento dalla politica alla tattica, a cui Kissinger si è sempre opposto, ci ha portato così a trovarci nelle misere condizioni attuali: scelte operate giorno per giorno, mosaico delle alleanze variabile ad ogni stormir di fronde, abbandono della funzione di controllo globale dei focolai di conflitto, desiderio di non impegnarsi in rischiose operazioni di “polizia” fuori dai confini.


E così, malgrado il fatto che gli eventi, a cominciare dall’attentato alle torri gemelle, avrebbero dovuto far riflettere, il must della politica degli ultimi decenni, ma soprattutto di quella del terzo millennio, è stato quello di cercare in ogni modo di guadagnare tempo e, a tal fine, fare concessioni sempre meno ragionevoli agli avversari, illudendosi di poter sopravvivere come prima.  Ma oggi non è più come prima. Semplicemente perché l’Occidente ha rinunciato a svolgere il proprio ruolo culturale, civile ed economico. E per questo è diventato inutile. E come tutte le cose inutili è destinato ad essere scartato. Cosa che sta immancabilmente avvenendo e che la morte di Henry Kissinger, ultimo dei costruttori del ventesimo secolo, da Churchill a De Gaulle, da De Gasperi ad Adenauer, sino a quelli più recenti e ormai scomparsi, interpreta plasticamente. 
La mancanza di uomini e di volontà, ci riporta alle parole del principe di Salina in risposta all’inviato sabaudo ne “Il Gattopardo”: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene».

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